Seleziona una pagina

Cap 1

Roma, 10 maggio 1998

Milady camminava nervosamente su e giù per il lungo Tevere con la  terza sigaretta accesa ed il pacchetto ancora fra le mani, più volte aveva sentito i rimbrotti di suo padre ,dopo il suo ritorno, per questo vizio del fumo. A quel tempo, quando ancora abitavano nel loro ranch vicino a Nashville nello stato del Tennessee, non le era andato di ascoltarlo, aveva iniziato, quasi per ripicca, quando lui l’aveva allontanata mandandola al college, adesso, dopo l’incidente, se n’ era pentita  e si era ripromessa più volte di smettere. A volte riusciva a stare un po’ senza fumare, ma poi capitavano quei momenti, in cui ne faceva fuori anche 3 una dietro l’altra. Questo dannato compito che James le aveva affibbiato, di certo non le rendeva la vita facile e non le forniva la motivazione giusta per decidersi una volta per tutte.

James la teneva sotto scacco, poteva farle fare ciò che desiderava, purtroppo lei non aveva i mezzi per contrastarlo e poi c’era quella minaccia che la terrorizzava.

Il cielo su Roma era di un grigio torvo e nuvole minacciose non facevano presagire nulla di buono, era da poco iniziato maggio e invece aveva tutta l’aria di un giorno di fine novembre, il vento poi le spostava il giacchetto in continuazione, aumentando la dose di ansia e nervosismo che già aveva addosso.

Non conosceva l’identità del malcapitato che avrebbe dovuto togliere di mezzo e non le piaceva assolutamente l’idea di macchiarsi di una colpa così grave, anche se, involontariamente era già stata responsabile della morte di un uomo, ma quella volta era stato solo per legittima difesa. Il braccio destro di James Lefebre le aveva insistentemente messo gli occhi addosso e aveva cercato in ogni modo, con le buone o con le cattive, di prendersela. Un giorno ci aveva provato pesantemente e c’era quasi riuscito, ma Milady per difendersi gli aveva colpito la testa con un pesante soprammobile.

Quando James Franck Lefebre era venuto a saperlo, le aveva dato due scelte, quella di eseguire un lavoretto per lui, in cambio del fatto che lui si sarebbe dimenticato della cosa e avrebbe pensato a liberarsi del cadavere, oppure andare in prigione con tutto ciò che ne sarebbe conseguito.

Milady, sentendosi  messa all’angolo, aveva scelto la prima opzione, ma presto si era pentita di averlo fatto.

Forse andare in prigione, scontare la sua colpa, sarebbe stato migliore, almeno dopo sarebbe stata libera, ma in quel momento quella possibilità le aveva fatto una paura terribile.

Continuò a camminare avanti e indietro su quel lungo Tevere, guardandosi intorno per intercettare un qualunque segnale che le avrebbe fatto capire chi fosse la sua vittima.

Alle 16.00 non era ancora successo niente, se non che lei aveva finito quasi tutte le sigarette, gliene era rimasta soltanto una.

Milady sperò che si concludesse tutto prima possibile, così se ne sarebbe tornata al suo monolocale.

Aveva smesso di usare il suo vero nome proprio dopo la morte dei suoi genitori, quando il signor James, ex socio di suo padre, l’aveva presa con se facendole credere di essere un amico. La verità era che a lei quell’uomo non era mai piaciuto,  per di più, oltre al suo uomo, anche lui aveva tentato più volte di molestarla, ma con suo padre ancora vivo  non si era spinto mai troppo oltre.

Di certo Milady non avrebbe voluto andare con lui, ma era troppo giovane e senza mezzi, per riuscire a cavarsela da sola, così aveva dovuto accettare, ma non gli avrebbe dato la possibilità di  sporcare il suo vero nome.

Per colpa del tempo,  nuvoloso e minaccioso, aveva cominciato presto a scurire e ad un certo punto era apparso un grosso riflettore puntato su un individuo che stava su un barcone, un tipo alto, ben vestito, all’apparenza un bell’uomo, ma che importanza poteva avere l’aspetto, tanto entro pochi minuti sarebbe stato cibo per i pesci del fiume.

Non aveva mai avuto alcuna esperienza con le armi, ma a montare quel fucile di precisione che le avevano fornito , ci sarebbe riuscito chiunque, tanto era semplice, mise l’ultimo pezzo e poi fu pronta a prendere la mira. Improvvisamente, una goccia, due, tre.. iniziò a piovere insistentemente. Milady abbassò il fucile e quando fu pronta al secondo tentativo si accorse che l’uomo non c’era più, provò a cercarlo con il binocolo elettronico, ma  niente, di lui nessuna traccia.

«Maledizione! Maledetta pioggia!», imprecò a voce alta.

«Maledizione, questo non doveva proprio accadere!»

Si erano fatte, alla fine, le otto, Milady decise di smontare tutto quanto, tanto per quella sera non lo avrebbe ritrovato più, quell’uomo sembrava essersi volatilizzato, sparito nel nulla.

Si avviò verso casa.

«Maledizione!», era la sua imprecazione ricorrente.

«Adesso come lo ritrovo! Poi chi glielo dice a James, quello vorrà farmi a fette!»

Si accorse che stava spiovendo, ma aveva già tutti quanti i vestiti inzuppati, doveva sbrigarsi se non voleva correre il rischio di prendersi una polmonite.

Forse avrebbe fatto meglio a proseguire, ma vide una tabaccheria e non seppe resistere.

«Signorina che vuole, sto chiudendo é proprio urgente, non può tornare domani?», disse il padrone spazientito,  con il bastone per abbassare la serranda, già fra le mani.

«Si, la prego, mi dia un pacchetto di quelle la, per favore?», indicando con il dito la sua marca preferita.

«Vuole altro?», rispose l’uomo spazientito.

«No, chiuda pure! », disse Milady in tono quasi un po’ provocatorio. Di certo non avrebbe voluto assolutamente essere scortese, che colpa poteva averne quel tabaccaio, se a lei quella sera era andato tutto storto. Anche la pioggia ci si era messa e adesso aveva smesso completamente, lasciandola comunque bagnata da capo a piedi.

Il cielo si era totalmente rischiarato ed era apparsa una luna abbagliante.

«Maledizione, solo il tempo di farmi perdere il bersaglio é durata!»

I soldi per chiamare un taxi non li aveva e comunque il suo monolocale era solo a due isolati da lì, raggiungibile tranquillamente con una passeggiata.

Cap 2

Dopo essersi fatta 4 piani di scale a piedi, dato che l’ascensore era quasi perennemente fuori servizio,  infilò la chiave ed entrò nel suo monolocale mansardato.

Era piccolo, ma a lei bastava, tutto sommato era la cosa più positiva che James avesse fatto per lei, trovarle questa sistemazione e permetterle di viverci senza dover pagare l’affitto e le utenze. Quello che non sapeva era che lui si era tenuto l’altra chiave.

Si entrava in una piccola cucina/salottino, proseguiva con un corto corridoio, a destra c’era la sua camera, in fondo c’era il bagno, non grandissimo, ma dotato di vasca da bagno, che lei aveva sempre preferito alla doccia.

Milady, lì dentro, si sentiva sicura, pensava che nessuno avrebbe potuto farle niente una volta che si fosse chiusa dentro.

Lasciò cadere la valigetta accanto alla porta e andò subito nel bagno ad aprire l’acqua caldissima nella vasca. Non si ricordava cosa avesse nel frigorifero, né se ci fosse realmente qualcosa da mangiare, ma non le importava, sentiva che il suo stomaco si era chiuso e non era pronto a ricevere cibo quella sera.

Si spogliò, lasciando cadere tutto quanto a terra, più tardi ci avrebbe caricato la lavasciuga. Entrò nella vasca, che si era riempita di morbidissima schiuma color champagne, dopo che ci aveva versato il suo bagnoschiuma preferito.

Non aveva molti soldi e non poteva permettersi lussi, ma preferiva concedersi alcune cose piuttosto di altre.

Amava rilassarsi così, in un mare di schiuma, in quel modo riusciva, se pure per breve tempo, a dimenticarsi di tutto e tutti.

Milady era sola, non aveva un fidanzato, né un marito. Alla sua età, per quanto strano non aveva ma fatto l’amore con nessuno. Oh, beh certo, se non si conta quella volta in cui…ma quella era stata una violenza e alla fine nemmeno fatta fino in fondo, quindi a  quasi 29 anni era vergine e non l’aveva mai amata nessuno.

Pensando e rilassandosi si accorse che stava quasi per addormentarsi, quindi decise di uscire.

Si asciugò e andò a stendersi sul letto, la stanchezza si impadronì di lei quasi subito, facendola cadere in un sonno profondo.

Purtroppo, veramente non aveva idea di come ritrovare quell’uomo, non aveva nemmeno una sua foto o un identikit tracciato a matita. Magari la mattina le avrebbe ridato un po’ di lucidità e chiarezza sul da farsi.

Milady non poteva ricordare quel volto, perché era molto cambiato, in realtà si erano già conosciuti anni prima, in tempi non sospetti, quando suo padre e sua madre erano ancora vivi e ignari di ciò che gli sarebbe capitato. Non poteva ricordarsi di un ragazzo con i capelli scuri, che già a quel tempo, dentro di se la chiamava principessa, lei era piccola e pensava solo a divertirsi, lui invece era già in un mondo grande e pericoloso. 

 

 

Cap 3

11 maggio 1998

La sveglia iniziò a suonare senza sosta e Milady si svegliò d’improvviso.  La sera prima si era addormentata senza nemmeno mangiare.  Accese una sigaretta e iniziò a fumarla così, d’istinto, senza neanche ragionare sul fatto che il fumo a digiuno faceva malissimo. Preparò latte e caffè  e poi andò a lavarsi il viso. Non fece in tempo a finire colazione, che  lo Star Tac che le era stato dato, iniziò a squillare insistentemente.  James l’aveva fornita proprio di tutto, ma si aspettava qualcosa in cambio, anzi si aspettava in cambio molto di più di quanto lei avrebbe voluto concedere.                                   

«Maledizione! Di già! Non é possibile, non può aver saputo del mio fallimento? A meno che non avesse qualcuno appostato a spiarmi. Maledizione, meglio che gli risponda!», decise di attivare la chiamata e l’urlo che le arrivò nelle orecchie, le fece quasi perforare il timpano.

«Zuccherino!!!!!», mio Dio quanto odiava quell’appellativo, le faceva schifo tanto quanto chi lo usava.

«Si signor James buongiorno, che c’é?», rispose con voce più calma che poteva.

«Zuccherino, vedi di venire in ufficio prima di subito o sarà peggio per te!», stava per accennare una risposta, ma sentì chiaro il click di riaggancio.  Finì ciò che restava della colazione e si vestì velocemente. Ovviamente in piedi sempre le scarpe da tennis, non ne voleva sapere di indossare scarpe femminili con il tacco, era cresciuta quasi a dorso del suo cavallo, Free, vestita da cow Boy e con gli stivali, qualche anno di collegio femminile non l’avevano certo trasformata in una lady da sale da the! Prese la sua tracolla dove teneva praticamente ogni cosa, compreso un blocco schizzi e qualche matita. Chiuse il monolocale, scese i 4 piani di scale e e si incamminò verso la fermata del tram. Non possedeva auto, in realtà non avrebbe potuto guidarla qui, lei aveva la patente americana, per poter guidare avrebbe dovuto dare l’esame italiano, ma non le era interessato.  James Franck Lefebre era un uomo sui 65 anni circa, l’età precisa non la sapeva.  Era piuttosto basso, circa 168 cm, molto stempiato davanti. I capelli che aveva li portava impomatati e legati dietro la nuca in un orrendo codino, il suo viso era distrutto da una terribile acne giovanile e da una varicella avuta in età avanzata. Non era certo quello che si poteva definire un uomo attraente, era viscido e untuoso, sovrappeso, ma non era l’aspetto fisico ciò che Milady temeva di più, quanto il fatto che da tempo si era invaghito di lei e adesso poteva sfogarsi visto che l’unico che avrebbe potuto impedirlo non c’era più. Ora che lei doveva ubbidirgli in tutto, che era costretta a fare tutto ciò che lui le chiedeva, aveva la possibilità di sfogare finalmente il suo desiderio di averla.   Lei fisicamente era più alta e più atletica, avrebbe potuto resistergli o sopraffarlo, ma ne aveva una paura tremenda e ciò la paralizzava impedendole di reagire.  Milady arrivò abbastanza in fretta davanti all’entrata dell’ufficio di James. In realtà in quello stabile non c’era solo il suo ufficio, ma tutto quanto il suo regno, il suo quartier generale, insomma il posto da cui lui gestiva tutto il suo traffico illecito, da e verso molti paesi.   Entrò e salì al primo piano, poi uno degli uomini la introdusse nell’ufficio vero e proprio, dove rimase ad attendere.  Non era mai entrata in quel posto prima d’ora, arredato con un gusto discutibile e pieno di soprammobili dall’aspetto volgare, lì dentro chiunque si sarebbe sentito a disagio.  Milady iniziò di nuovo a fumare, se non altro per lasciar andare la tensione e provare a far svanire la leggera emicrania, che le era iniziata per colpa di un brucia incenso dal profumo troppo acuto.  Mentre girava  e rigirava per l’ufficio, nervosa e spaventata, in attesa, l’altra porta, quella sulla parete rivestita in legno, si apri e James entrò, con indosso una grossa vestaglia da camera a strisce, inguardabile, proprio come lui.  Si avvicinò a lei e le passò la mano sul viso, lei fece una smorfia cercando di allontanarsi.

«Zuccherino, vedo che sai ubbidire bene agli ordini che ti do! Forza, fammi il resoconto della missione!», iniziando a scrutarla con insistenza e a girarle attorno.  Milady iniziò a parlare, o meglio, a balbettare quasi.

«Ecco, il fatto é che io mi ero appostata e preparata, avevo montato il fucile e presa la mira, tutto era pronto e perfetto, poi la pioggia, ho dovuto abbassare l’arma e quando l’ho puntata di nuovo il bersaglio…», smise improvvisamente di parlare e notò che lui non era minimamente interessato al suo racconto, bensì ad altro. Si era messo in testa che quel giorno lei sarebbe stata finalmente sua, l’avrebbe presa anche con la forza se fosse stato necessario.  Milady indietreggiò, ma non si rese conto di essersi intrappolata da sola, alle spalle aveva una grande scrivania in mogano intarsiato.  James si avvicinò e lei iniziò a sentirne il fiato caldo vicino, troppo vicino, da provocarle la nausea. Lui le infilò la mano dentro la maglia e le accarezzò il seno, poi le prese il viso e lo immobilizzò fra pollice e indice, stringendo, per baciarla. Lei si ritirò divincolandosi.

«Ferma zuccherino, non ti conviene proprio farlo! Posso farti ciò che voglio e tu non puoi contrastarmi in alcun modo. La spinse con la schiena verso la scrivania e la immobilizzò più efficacemente con una mano, a quel punto la baciò con forza, mentre con l’altra mano andò a toccarle di nuovo il seno, questa volta stringendolo e facendola urlare di dolore.

«La prego signor James mi faccia andare via, altrimenti non posso compiere la mia missione, se poi quello se ne va io non lo posso più togliere di mezzo, per favore, mi lasci stare!», supplicò sperando di cavarsela in quel modo.  L’uomo intanto si era avvicinato ancora di più a lei,  la toccava  facendole sentire l’incredibile mole del desiderio che aveva. Milady cercò in ogni modo di convincerlo, ma più lei cercava di sgusciare via, più lui si eccitava e la costringeva contro il tavolo di legno.

«Maledizione non può farlo! Ma perché non riesco a colpirlo e mandarlo al diavolo, perché mi paralizza in questo modo la paura!», pensò fra se Milady, capendo purtroppo che James avrebbe avuto un rapporto intimo con lei, anche contro la sua volontà.  Dai suoi occhi iniziarono a sgorgare grandi lacrime, nessuno l’aveva mai amata, aveva spesso immaginato, che prima o poi si sarebbe innamorata e che lui, chiunque fosse, l’avrebbe amata con dolcezza. No, non poteva credere che la sua prima volta sarebbe stata  la violenza di un viscido schifoso come Lefebre.  Provò di nuovo a supplicarlo di lasciarla andare, ma questo servì solo a innescare la sua ira.  Adesso era completamente in balia del suo volere, non aveva più la forza di contrastarlo.

«Zuccherino ti lascerò andare, stai tranquilla!», le disse mentre ancora si era avvicinato al suo viso, facendole sentire il caldo del suo respiro.  Mentre ancora le stringeva il seno, con l’altra mano andò a infilarsi giù, nella sua parte più intima e strinse di nuovo. Milady gridò di dolore, ma lui continuò a toccarla accarezzarla e violarla in ogni parte del corpo, lasciandole graffi e lividi ovunque.  Quando sperava che la tortura fosse finita si rese conto che in realtà stava per cominciare il peggio.  James che era visibilmente eccitato, si spogliò della vestaglia e rimase completamente nudo, le ordinò di spogliarsi a sua volta, ma quando vide che lei non reagiva, le strappò tutto di dosso e, dopo averla buttata a terra si sdraiò su di lei e le entrò dentro con vigore e violenza facendola di nuovo gemere.

«Zuccherino, dai forza, lo so che ti piace!», spingendo più a fondo e facendola gridare di dolore.

«Prova a gridare di nuovo e quanto é vero Dio ti pianto questo coltello in gola! E adesso muoviti velocemente, forza  muoviti voglio venire! Oppure non sei capace nemmeno di farti sbattere!».

Milady iniziò a velocizzare i movimenti, lui ancora più eccitato, dette spinte incredibilmente più violente facendola sanguinare. Milady provò un dolore lancinante , ormai aveva perso irrimediabilmente la sua purezza e questo fu per lei terribile, ma cercò di non darlo a vedere per paura che lui potesse reagire male. Improvvisamente James cominciò a tremare e a pronunciare parole sempre più volgari e poi con un colpo di fianchi spinse l’ultima volta e le scaricò tutto dentro urlando come un pazzo. Milady si sentì invadere da un ondata densa e calda che la fece rabbrividire. Lui uscì di colpo,ma ancora il suo liquido non la smetteva di fuoriuscire e si era mescolato al sangue vivo di lei.  Chissà cosa poteva averle combinato con quel rapporto violento e forzato, lei per la fatica e per il dolore perse i sensi.  James la fece rinvenire con un calcio nei fianchi.

«Brutta stupida! Guarda cosa hai combinato, mi hai fatto sporcare con il tuo stupido sangue! Vattene adesso, esci di qua, non voglio vedere la tua faccia! Prendi i tuoi stracci e vattene e vedi di portare a termine la missione altrimenti la prossima volta non la racconterai! Vattene esci!», dandole ancora un altro calcio.  Vedendo che Milady non rinveniva, chiamò i suoi uomini.

«Portatela fuori di qui, se deve crepare che crepi lontano da me! »

Ste e Dave la presero uno dalle braccia e l’altro dalle gambe e le misero addosso i vestiti, poi la portarono giù in strada lasciandola a qualche metro dalla porta dello stabile. A Ste questa cosa non andava proprio giù e fu lui a insistere per rivestirla, quella ragazza era stata umiliata abbastanza per subire anche questo.

 

Cap 4

Era trascorsa circa un ora, Milady iniziò a riprendersi, ma sentiva un dolore tremendo ovunque, era intontita e piena di graffi e lividi. Provò ad alzarsi e ricadde irrimediabilmente giù, non aveva la forza necessaria per stare in piedi, tantomeno per tornare al suo monolocale.  Mentre ancora tentava di mettersi in piedi in qualche modo, una signora non più giovanissima si avvicinò a lei con fare molto materno.

«Signorina? Signorina, che le é accaduto?», le domandò, abbracciandola.

«Ecco io…io », Milady scoppiò a piangere senza riuscire a calmarsi, si sentiva sporca e violata da quell’uomo maledetto.

«Signorina vuole che le chiami un ambulanza, é conciata piuttosto male, vedo che ha molti lividi ed escoriazioni e poi non so se le hanno…. non vorrei avesse complicazioni, visto che ha anche perso del sangue, non abbia paura io non voglio farle del male!», continuando ad abbracciarla.

«No per favore l’ospedale no, me la caverò se riesco ad arrivare al mio monolocale, ma adesso sono troppo debole, non riesco ad alzarmi», rispose dopo essersi leggermente calmata.

«Le chiamo un taxi, vedrà arriverà prestissimo e la porterà dove più desidera!», senza farsi vedere prese il telefono e chiamò chi sapeva lei, poi tornò da Milady e la salutò non prima di averle lasciato il suo scialle di seta rosa.

«Signorina, il taxi sta arrivando, io devo andare, però questo glielo lascio così non si sentirà molto a disagio».

«Ma come potrò mai restituirglielo, non so nemmeno il suo nome. Non so se ci rivedremo e…»

«Non Importa signorina, ne ho tanti, questo adesso fa più comodo a lei. Arrivederci e si riposi, me lo prometta per favore…ah il mio nome é Miriam!», poi sparì come inghiottita dal nulla.

Miriam era una poliziotta anziana ed esperta, sapeva come comportarsi in certe situazioni. Era sparita, si, ma forse si sarebbero viste di nuovo.

Nel frattempo arrivò il taxi e si fermò vicino al marciapiede. Ne scese un uomo sui 40 o 45 anni al massimo, alto, scuro di capelli, molto attraente, ma soprattutto a Milady sembrò che somigliasse in modo impressionante a quello che doveva essere il suo bersaglio. Ma aveva la mente annebbiata dal dolore, non lo aveva visto che per pochi minuti, quindi  poteva anche essersi sbagliata e dentro di se sperò proprio che non fosse lui.

«Signorina, mi permette di aiutarla e prenderla in braccio?», le disse l’uomo, che si era intanto avvicinato a lei.

«Mi sa che ne ho bisogno, non credo di farcela ad alzarmi da sola in questo momento», si giustificò.

Si chinò su di lei e la prese in braccio, avvolgendola nello scialle che quella donna di nome Miriam le aveva lasciato. Lei in quel momento ebbe la possibilità di guardarlo bene in faccia.

«Non so chi sei, ma so che adesso mi stai aiutando, per cui ti ringrazio di cuore!», pensò dentro se, ma non le uscì una sola sillaba.

«Signorina posso chiederle come si chiama?», le domandò, dopo averla adagiata sul sedile anteriore del taxi, non avrebbe dovuto, ma voleva tenerla d’occhio, che non stesse male improvvisamente.

«Beh..ecco io… può chiamarmi Milady, quello é il mio nome!», diventando un po’ rossa in viso senza rendersene conto.

«Lo so, lo so chi sei!», disse fra se il tassista. Adesso non poteva proprio farsi scoprire.

«Adesso posso chiederlo io il suo nome?», azzardò lei timidamente, poi continuò.

«Lo so, non sono affari miei, magari non ci rivedremo nemmeno più, lei può anche domandarsi che diritto ho io di essere così impicciona, ma é stato così gentile con me, che ecco mi farebbe piacere saperlo, sapere come si chiama!», poi rimase in silenzio in attesa di una risposta. Improvvisamente però una fitta dolorosa la fece trasalire e gemere di dolore.

«Milady sta male? vuole che la porto al pronto soccorso?»

«No no, non é niente é solo che quell’infame…», senza riuscire a fermarsi era scoppiata di nuovo a piangere, L’uomo le passò il suo fazzoletto.

«Non si preoccupi, adesso la porto a casa al sicuro.  Ops scusi mi ha chiesto il nome e non le ho ancora risposto, che villano che sono! Io mi chiamo…può chiamarmi Larry!».

“Mi dispiace Milady, per adesso non posso rivelarti di più, anche se vorrei tanto farlo. Quel bastardo che ti ha fatto questo la pagherà, presto sarai libera, devi solo resistere ancora un pochino!”, pensò fra se.

«Larry io sono arrivata, abito qua, in questo palazzo. Nella mansarda al 4° piano», Larry fermò il taxi e lei cercò di scendere.

«Milady che sta facendo?»

«Stavo solo scendendo, le ho dato fin troppo fastidio e…», lui la guardò serio.

«Si fermi Milady la porto io su, non permetterei mai che dopo quello che le é accaduto si debba fare anche quattro piani di scale se l’ascensore non dovesse essere libero!»

«In realtà l’ascensore é rotto da tempo», rispose guardando in basso come se si vergognasse ad ammetterlo.

Lui la prese in braccio di nuovo e con la gamba dette un calcio alla portiera per chiuderla, poi entrò nel palazzo e si fermò di fronte alle scale.

«Milady é pronta? Andiamo allora!», la portò su agevolmente, facendosi quattro piani di scale come nulla, lui era allenato a queste cose.

«Grazie Larry, ecco, questa é la mia mansarda!»

«Milady apra che la porto a sdraiarsi sul suo letto, adesso le serve riposo assoluto e se dovesse sentirsi qualcosa che non va, mi raccomando non esiti a chiamare il 118, per favore!»

«Larry é stato così gentile con me, io le sto facendo perdere tanto tempo, e il suo tassametro  chissà quanto segnerà adesso, io non posso nemmeno pagare tutta quella cifra e…», non la fece finire.

«Milady si tranquillizzi, le svelo un segreto, il tassametro nemmeno l’ho fatto partire, lei non mi deve assolutamente nulla!», sorridendole.

«Ma, Larry é sicuro? Posso almeno offrirle un caffè per sdebitarmi?»

«Vorrei tanto, mi creda, ma ho avuto una chiamata sul cercapersone e devo tornare alla base, grazie per l’offerta, spero ci sia l’occasione una prossima volta», era veramente dispiaciuto, avrebbe voluto restare li con lei, aiutarla, ma proprio non poteva e non avrebbe potuto nemmeno… ma al diavolo, per un bigliettino non sarebbe caduto il mondo!

Prese un foglio da un blocchetto che aveva in tasca e ci scrisse su numero e nome poi glielo mise fra le mani stringendole fra le sue.

«Milady, se ha bisogno mi chiami, non esiti, io arriverò in cinque minuti come oggi, adesso devo andare, arrivederci», stava per uscire ma lei gli strinse la mano e lo tirò verso di se poi gli buttò le braccia al collo, lo abbracciò e gli stampò un bacio sulla guancia.

«Grazie Larry, arrivederci!», lui uscì e lei chiuse la porta a chiave.

«Milady tranquilla ci rivedremo!», disse fra se scendendo gli scalini velocemente.

Salì di nuovo sul suo taxi  e ripartì, senza una meta precisa, in realtà non aveva ricevuto nessuna chiamata, ma aveva dovuto inventarsi questa scusa per andarsene. Non poteva rimanere li con lei, non adesso. L’operazione era in pieno svolgimento, gli uomini infiltrati nella banda di Lefebre stavano acquisendo velocemente tutti i dati possibili sui suoi traffici illeciti, lui non c’era più, adesso aveva altri compiti. Larry sapeva fare molte cose, non era solo un semplice tassista. Era laureato in medicina, ma non avendo finito la specializzazione non aveva l’autorizzazione per le sale operatorie, era comunque un ottimo medico d’urgenza, se la cavava benissimo con il pronto soccorso. Ma Larry era molto più di tutto questo e Milady lo avrebbe scoperto a suo tempo.

Mentre guidava gli squillò il cellulare.

«Larry?»

«Si Miriam dimmi»

«L’hai accompagnata a casa?»

«Si, e…», ripensando all’abbraccio.

«Larry, ascoltami, non puoi adesso, devi aspettare!», Miriam era come una madre per lui.

«Lo so, non ho fatto niente ma lei era così….mi ha abbracciato ed io mi sono sentito…»

«Lo so, abbi solo un po’ di pazienza ancora ok?»

«Va bene, ma ho fatto una cosa, magari non dovevo ma non sono riuscito a farne a meno!»

«Cosa hai fatto? L’hai baciata?», domandò la donna.

«No, Miriam anche se ti confesso che… comunque le ho solo lasciato il mio nome e numero scritti su un bigliettino!»

«Ok tranquillo, non é nulla di male, mi sa che tu….»

«Mi sa anche a me, provo molto trasporto verso quella ragazza, voglia di proteggerla da tutto e da tutti»

«Ti capisco e lo farai Larry, ma adesso torna alla base ok! a tra poco!»

Larry chiuse la telefonata e si affrettò a tornare.

 

 

 

Cap 5

Dentro la sua casa  Milady si sentiva al sicuro, nonostante fosse stato lui a procurargliela, non poteva immaginare che quel viscido schifoso avesse tenuto per se l’altra chiave.

Adesso più che mai le serviva un bagno caldo per togliersi di dosso l’odore di quel bastardo, si sarebbe lavata anche con la soda se fosse servito a farlo sparire.  Si spogliò e gettò nel secchio i vestiti che erano irrimediabilmente impregnati di lui, tutti tranne lo scialle di Miriam, la donna che l’aveva aiutata e consolata. Quello lo avrebbe conservato con cura.

Appena fu nella vasca, quasi senza rendersene conto, il suo viso si bagnò di lacrime di rabbia e dolore e lei scoppiò in un pianto dirotto.

«Maledetto, viscido bastardo! Come hai potuto farmi questo! Appena avrò finito con la missione, giuro che la finirò anche con te e credimi sarà una fine lenta perché dovrai soffrire quanto mi hai fatto soffrire!», gridò queste parole a voce alta, ma tanto era sola, in quel momento nessun altro le avrebbe sentite.

Appena uscita si curò lividi e graffi come poteva, sperò che quel rapporto forzato e non protetto non le avesse causato troppi guai. Si infilò l’accappatoio e andò a distendersi sul letto. Stranamente non aveva nessuna voglia di fumare, chissà, magari forse questa volta ce l’avrebbe fatta a smettere.

Si sorprese a ripensare a Miriam ma soprattutto a pensare a lui: Larry.

«Eppure ha tutta l’aria di essere tutto tranne che un tassista!», pensò fra se.

«Chi sei Larry, chi sei veramente?», andò di corsa a vedere nel cesto dove aveva buttato tutto e ritrovò il bigliettino che le aveva lasciato. Ripensò a quell’abbraccio e a quanto avrebbe voluto che durasse ancora. Quel breve contatto con lui le aveva lasciato una sensazione così piacevole che non sapeva come spiegarsi, avrebbe voluto tenerlo ancora con se, ma lui era dovuto scappare di corsa e lei era rimasta li, a mettere insieme i suoi pezzi.

«Chissà se riuscirò a ritrovare l’uomo che devo uccidere per James?», l’idea che potesse essere quel Larry la faceva impazzire, se fosse stato lui come avrebbe potuto guardarlo negli occhi e sparare per ucciderlo, ripensando al loro abbraccio, così veloce ma allo stesso tempo così profondo e carico di… non sapeva cosa fosse quello che stava iniziando a provare per lui, sapeva solo che non avrebbe potuto mai, anzi non avrebbe voluto mai ucciderlo, per nessun motivo.

Non doveva essere lui, no non doveva proprio! A questa speranza si aggrappò con tutto il cuore, poi si addormentò tenendo il bigliettino fra le mani.

La voglia di chiamarlo e sentire ancora la sua voce così dolce e calma era incredibile, come altrettanto incredibile la paura che lui non rispondesse o che quel numero fosse falso.

 

 

Cap 6

Dal lucernario della camera di Milady iniziarono a filtrare i raggi del sole, la sveglia squillò, erano già passate le sette e trenta. Doveva sbrigarsi e rimettersi sulle tracce di quel tipo, improvvisamente le squillò il cellulare. Vide il numero e le prese la voglia di non rispondere, poi si rese conto che purtroppo, se voleva ritrovare quello sconosciuto, avrebbe avuto bisogno almeno di una foto o un identikit.

«Pronto!», disse svogliatamente.

«Zuccherino tutto bene? Voglio sperare che tu sia di nuovo sulle tracce di chi sai», Milady prese il coraggio a due mani.

«Signor James, l’ho visto solo per qualche minuto prima che scomparisse nel nulla, mi serve almeno una foto o un identikit per poterlo ritrovare», disse tutto in un fiato e poi si fermò ad attendere la reazione.

«Va beh va beh, hai almeno un computer e una stampante?», domandò.

«No, signor James lo sa molto bene che non posso permettermeli!», in effetti con la miseria che le passava poteva permettersi ben poco.

«Mi domando cosa posso farmene di te, sei una buona a nulla! Servi solo per… Ok ti farò avere quello che chiedi ma dovrai venire a prendertelo qua in ufficio, oggi pomeriggio e non pensare di scansartela altrimenti…», butto giù la chiamata e Milady per rabbia scaraventò il cellulare contro la parete mandandolo in frantumi, adesso non l’avrebbe disturbata più, però non avrebbe più nemmeno potuto chiamare Larry, questo pensiero la fece scoppiare a piangere e si dette della stupida.

«James ha ragione sono solo una stupida!», disse fra se, poi prese il pacchetto e fumò due sigarette una dietro l’altra facendo grosse tirate, era digiuna dal mattino precedente e quell’azzardo le costò parecchio.

L’aveva fatto più per punirsi che per altro, ma il fumo a digiuno le provocò una nausea terribile e fu costretta a correre al bagno, facendo appena in tempo ad arrivarci.

«Stupida ancora più stupida!», si ripeté mentalmente.

Mentre si stava sciacquando il viso con acqua fredda, sentì bussare alla porta.

«Chi può mai essere? James mi aspetta in ufficio e nel palazzo non conosco nessuno», sentì bussare di nuovo e poi sentì chiamare il suo nome.

«Milady per favore apra!», si avvicinò alla porta e poi, dopo un attimo di esitazione decise di aprire.

Quel mostro di Lefebre l’avrebbe chiamata “zuccherino” e le avrebbe dato del tu senza nessun rispetto,non poteva essere lui.

«Larry!», appena lo vide gli occhi le si riempirono di lacrime. Lui entrò e la abbracciò, senza dire niente, solo per farla sfogare. Dio sa se sarebbe voluta rimanere ore avvolta in quell’abbraccio così dolce e sincero, ma alla fine dovette riprendersi e staccarsi da lui.

«Milady io volevo vedere se…», avrebbe voluto darle del tu, dirle che anche per lui quell’abbraccio era stato meraviglioso, più di quanto potesse pensare.

Mentre l’aveva stretta a se, le aveva inserito un microfono invisibile sotto pelle, per farlo aveva dovuto pungerla leggermente, ma lei non se ne era nemmeno resa conto.

Con quello forse sarebbero riusciti ad ascoltare le conversazioni di quel delinquente mentre Milady si trovava da lui, ma Lefebre non era così sprovveduto come poteva sembrare, sotto quella mole impomatata e untuosa si nascondeva un uomo dalla mente molto scaltra e lucida.

«Milady mi dispiace, adesso devo andare, ma si ricordi, il bigliettino che le ho dato, ce l’ha ancora vero? Se ha bisogno chiami senza esitare ok!», le accarezzò il viso e lei si incantò a guardarlo. Non riuscì a dire una parola, come poteva dirgli che aveva ancora il biglietto, ma non aveva più il telefono.

«Me lo ricorderò, grazie Larry», gli uscì così, quasi senza intonazione, la sua mente vagava già altrove.

Larry uscì e tornò al suo taxi truccato, da lungo tempo ormai lui e la polizia internazionale erano sulle tracce di James Franck Lefebre e della sua banda di contrabbandieri, c’era voluto un po’ ma adesso erano molto vicini a concludere l’operazione e così liberare finalmente Milady dalle sue spire.

 

 

 

Cap 7

Il padre di Milady,  John Maverick Wilder,  aveva una distilleria di Whisky  nel Tennessee, dove vivevano. A quel tempo lei era piccola e passava tutto il tempo a cavalcare il suo adorato Free che proprio suo padre le aveva regalato, quando aveva compiuto 12 anni.

Purtroppo a causa di scelte e investimenti sbagliati, gli affari di famiglia avevano iniziato a non andare bene, così Maverick si era trovato in mezzo ai debiti ed aveva dovuto per forza prendere un socio che potesse far salire di nuovo il capitale dell’azienda.

Aveva scelto per questo ruolo, un tale: James Franck Lefebre, uno veramente poco raccomandabile, ma con un buon monte di capitali da investire. Il buon Maverick, però, non sapeva che quei soldi provenivano da traffici illeciti, droga e quant’altro. Più che altro non immaginava che quel Lefebre avrebbe usato la distilleria per coprire le sue “spedizioni speciali”.

Gli affari iniziarono di nuovo a fiorire e Maverick, nonostante non avesse alcuna simpatia per quel Lefebre, si tranquillizzò, dopo essere riuscito a sanare i debiti.

A Milady quell’uomo non era piaciuto fin da subito, come non le erano piaciuti i suoi tirapiedi. Spesso se li era trovati appresso a cercare di molestarla, senza andare mai oltre un certo limite perché sapevano che lei lo avrebbe raccontato al padre.

La polizia internazionale, seguendo Wilder aveva scoperto movimenti irregolari nei depositi di soldi e in tante altre cose, così ai vertici avevano deciso di infiltrare un agente nell’organico della distilleria.

Tutto era filato liscio, fintanto che Maverick non aveva scoperto, un giorno per caso, la droga nascosta in una cassa pronta per la spedizione.

Temendo per la vita di sua figlia, l’aveva mandata a studiare lontano  per qualche anno.

Il traffico di droga era continuato ancora per cinque anni, poi sentendo il peso della responsabilità, Maverick aveva pensato di denunciare tutto alla polizia, pur sapendo che anche lui stesso sarebbe finito in galera.

Dopo il suo ritorno, Milady, ignara di tutto, era stata costretta ad assistere all’incidente dei suoi.

La perdita di sua madre sul colpo fu terribile per lei, ma ancora di più lo fu, perdere suo padre dopo qualche giorno, quando sembrava che si sarebbe potuto salvare, almeno lui.

Le fu detto che la causa della morte era stata un arresto cardiocircolatorio, ma apparve chiaro,  ovviamente, che qualcuno aveva ordinato la sua esecuzione.

Per fortuna, poco prima, Maverick aveva fatto in tempo a parlare con l’agente infiltrato e a rivelargli tutto, chiedendogli di vegliare su sua figlia.

L’agente, a quei tempi, molto giovane, aveva rispettato il volere dell’uomo, poi però, qualcuno lo aveva preso di mira ed era stato meglio toglierlo di là prima che venisse scoperto.

Milady, dopo la morte dei suoi era stata costretta a seguire Lefebre, che, tolto di mezzo suo padre, aveva potuto giocare con lei come al gatto con il topo, facendole avanches pesanti, apprezzamenti volgari e a volte anche carezze proibite, ma senza mai passare completamente il limite.

Ci aveva provato il suo braccio destro, ma lei lo aveva colpito con un grosso soprammobile, uccidendolo involontariamente.

Per questo motivo Lefebre adesso la ricattava.

Le aveva fatto questa proposta: uccidere qualcuno per lui, qualcuno che aveva ficcato il naso dove non doveva, in cambio lui si sarebbe occupato del cadavere del suo uomo e non l’avrebbe mandata in galera.

Le aveva fornito tutto, abitazione, telefono e un po’ di soldi, l’aveva portata a stare a Roma e le aveva detto che al momento buono le avrebbe rivelato chi uccidere e dove.

Erano passati un po’ di anni in cui Milady aveva quasi creduto che quella missione fosse stata annullata, finché lui non la chiamò convocandola nel suo ufficio.

 

 

Cap 8

Larry chiuse il fascicolo e continuò a pensare all’abbraccio che aveva scambiato con la sua Milady.

Un momento, da quando aveva cominciato a considerarla  “la sua Milady” e non più semplicemente Milady e basta? Forse da quando aveva capito che si stava pericolosamente innamorando di lei, della sua fragilità, della sua dolcezza e del bisogno di essere protetta e rassicurata, nonostante lei cercasse di apparire forte.

Fece un giro per Roma per calmarsi, doveva rimanere lucido se voleva salvarla, adesso non poteva correre il rischio di mandare tutto a monte.

Si era fatto quasi mezzogiorno, Milady si preparò velocemente qualcosa da mangiare e poi si preparò ad uscire. L’idea di tornare in quell’ufficio non le piaceva per niente, se chiudeva gli occhi, vedeva ancora ciò che le aveva fatto la volta prima e la paura che succedesse di nuovo era forte, ma non aveva scelta, per poter ritrovare quello che era il suo bersaglio doveva vedere almeno la foto e per vederla doveva tornare nell’ufficio di Franck Lefebre e comunque poi lui glielo aveva ordinato e lei non poteva disubbidire, non adesso.

Per far si che non gli venissero strane voglie, si era abbigliata in modo meno sexy che potesse, aveva deciso di indossare dei Jeans larghi, quasi di taglio maschile e un maglione over size che non lasciava vedere nessuna forma fisica.

«Se mi vesto così sicuramente non gli verrà la voglia di mettermi le mani addosso!», pensò fra se.

Uscì di casa e non prese alcun mezzo stavolta, le erano rimasti pochi spiccioli e decise che fosse meglio lasciarli per qualche bisogno più urgente e importante.

Arrivò nell’ufficio un po’ stanca per il percorso a piedi, mentre attendeva si mise a cercare la foto o l’identikit, sperando di trovarla e andarsene prima di incontrarlo.

«Maledizione! Quel bastardo é furbo, vuole sicuramente qualcosa in cambio, ma stavolta gli darò ciò che merita!», a lei sembrò di averlo solo pensato e invece lo aveva detto a voce più alta di quanto immaginasse.

James entrò nella stanza, vedendola in quel modo andò sulle furie e si avvicinò a lei con intenzioni minacciose.

«Zuccherino, cosa credevi di ottenere conciandoti in questo modo!»

«Niente signor James, io…niente!», cercò di dire nel modo più naturale possibile.

Improvvisamente senza che lei avesse il tempo di vederlo e schivarlo, le arrivò uno schiaffo in pieno volto che le fece perdere l’equilibrio e cadere a terra.

«Stupida!», le gridò mentre la schiaffeggiava.

La prese per un braccio e la fece rialzare, poi improvvisamente le ammollò un altro schiaffo ancora più potente e lei finì di nuovo per terra, purtroppo al secondo contraccolpo preso dal pavimento, la microspia si danneggiò irrimediabilmente non permettendo più di ascoltare ciò che succedeva.

«Tu pensavi che io non avrei approfittato di te se ti fossi conciata in questo modo!», la prese per i capelli e la fece mettere in ginocchio di fronte a lui. Il viso le bruciava da morire, sentiva la guancia gonfiarsi a vista d’occhio.

«La prego signor James mi faccia mettere del ghiaccio sulla guancia altrimenti continuerà a gonfiarsi», lo supplicò, in ginocchio c’era già d’altro canto, ma lui aveva altre idee.

«Non ci pensare proprio zuccherino, adesso mi farai un bel servizietto!»

«No, per favore, signore, la scongiuro non mi faccia di nuovo…», non la fece nemmeno finire di parlare.

«Zitta o altrimenti te ne prendi un altro e sarà ancora più forte!», gli occhi le si riempirono di lacrime, di nuovo era costretta a subire le sue violenze e la sua prepotenza.

«Ma si! Puoi anche piagnucolare, chi se ne importa!», si slacciò il bottone dei pantaloni e buttò giù la zip, caddero a terra ripiegando su se stessi come un corpo flaccido, rimase nudo perché non indossava biancheria, gli dava fastidio diceva.

Quell’uomo le faceva ribrezzo, pensare che…beh non ebbe proprio il tempo di pensare perché James  la prese dietro per i capelli e la tirò verso se con violenza, ma più lei cercava di divincolarsi e allontanarsi, più lui, strappandole quasi i capelli,  la spingeva verso di se  provocandole violenti conati.

Ad un certo punto lui smise e si allontanò, a lei sembrò che la tortura fosse finita, ma si sbagliava di grosso.

James la buttò di nuovo per terra senza tanti complimenti e la violentò di nuovo, le era così vicino che poteva sentire il fiato caldo su di se.

Fu costretta a sopportare quel rapporto forzato, e ancora di più le sue frasi volgari, le mani dappertutto, ma alla fine non gli fu abbastanza e volle umiliarla nel modo peggiore.

Milady era stremata, era stato perfino peggio della prima volta. Lefebre la prese per un braccio e la alzò di nuovo da terra, poi senza alcuna cura le mise fra le mani un foglio, una foto.

«Ecco questo é il tuo uomo, adesso vattene, sparisci! Non sopporto la tua vista, riesco solo a sbatterti, ma non sopporto di averti intorno!  Vattene!», continuò a gridare.

Sentendo quella frase, capì che almeno per quella volta era finita riprese i suoi abiti e uscì quanto più velocemente poteva, li avrebbe indossati nell’ascensore, piuttosto che rimanere ancora un minuto di più in quel posto.

Milady era debolissima e dolorante ovunque, il microchip si era danneggiato quasi subito e così né Larry né nessun altro aveva potuto sentire cosa le era successo.

Da un lato forse era meglio così, mai avrebbe voluto che lui sapesse ciò che era stata costretta a subire,  avrebbe preferito morire piuttosto. Per lei quel Larry stava diventando così importante giorno dopo giorno.

 

 

Cap 9

Milady uscì barcollando, ormai era quasi sera, avrebbe dovuto chiamare qualcuno e farsi accompagnare, magari poteva chiamare Larry da un telefono pubblico, però non se la sentiva di farsi vedere da lui in quello stato.

Camminò fino a casa, quella sera stranamente l’ascensore funzionava  e non dovette farsi quattro piani a piedi.

Entrata, chiuse la porta a chiave e lasciò le chiavi nella toppa cosicché nessuno potesse entrare.

Si spogliò e fece ciò che aveva fatto anche la volta precedente, ovvero gettare tutto quanto nel secchio dei rifiuti perché anche il solo pensiero di poter indossare di nuovo qualcosa che le ricordasse l’odore di quell’uomo le faceva ribrezzo.

Aprì l’acqua nella vasca, quasi come un rito ormai e ci buttò dentro tantissimo bagnoschiuma.

Quando fu pronta chiuse il rubinetto e vi si immerse completamente.

Avrebbe voluto distrarsi, ma purtroppo appena chiuso gli occhi, la mente la riportò a quei momenti, avrebbe dato qualunque cosa per non doverli rivivere. Scivolò completamente sott’acqua e si lasciò andare. Anche morire sarebbe stato meglio che continuare a subire le torture e le violenze di quel bastardo.

Improvvisamente qualcosa la fece ridestare dal torpore in cui era sprofondata, bastava poco e sarebbe annegata per davvero. No, non poteva finire così, non doveva.

Si sciacquò i capelli e poi usci, indossò l’accappatoio e raggiunse la cucina.

Aprì il bidone e cercò il foglio che James le aveva dato, esaminò per bene la figura e si rese conto che il suo bersaglio, l’uomo che avrebbe dovuto togliere di mezzo era proprio lui, Larry, il tassista che l’aveva soccorsa e aiutata. Batté i pugni sul tavolino e imprecò, mentre le lacrime iniziavano a bagnarle il viso e a cadere sul foglio.

«Maledizione! NO! Non posso! Non posso ucciderlo, io…», rimase improvvisamente in silenzio, come spaventata da ciò che avrebbe detto di lì a poco.

Milady dell’amore, quello vero, non sapeva nulla, non lo conosceva, non lo aveva provato nemmeno da ragazzina, nessuno l’aveva baciata, mai . Adesso conosceva il lato peggiore, quello che non é amore. James l’aveva violentata, presa con forza e disprezzata, come avrebbe potuto adesso sapere cosa fosse l’amore! Come avrebbe potuto immaginarsi serate al chiaro di luna, o cene a due con una rosa sul tavolo, oppure un ballo romantico guidata da un principe azzurro? No, lei conosceva solo il dolore, l’umiliazione, la paura e nient’altro.

«Non posso farlo! Non voglio farlo!», continuò a ripetere guardando la foto, che ormai era bagnata dal suo pianto di rabbia e dolore.

«Ma come posso fare, come farò ad evitare che lui.. forse se me ne resto qui buona per qualche giorno, senza uscire… Il telefono non l’ho più e la porta é chiusa, anche se lui venisse qua non potrebbe entrare!», pensò e quel pensiero le ridette un po’ di serenità.

Si preparò qualcosa da mangiare e poi si distese sul letto a leggere.

Improvvisamente le tornò la voglia di prendere quella foto fra le mani, si era un po’ rovinata con le sue lacrime, ma non importava, il suo viso si vedeva ancora perfettamente.

«Chissà se veramente ti chiami Larry, chissà qual è il tuo vero nome! Chissà se un giorno, io potrò di nuovo usare il mio!», si incantò a guardare quella foto, sognando, come una bambina.

Si rese conto che, nonostante lo avesse visto solo due volte, nonostante lo conoscesse pochissimo, anzi quasi per niente, il suo abbraccio le stava mancando tantissimo.

“In fin dei conti avrebbe potuto anche essere un altro come Lefebre!”, scacciò via subito quel pensiero, Larry non era così, non era come quel maiale bastardo, di questo ne era sicura, come del fatto che ormai la sua decisione era presa e definitiva.

Non lo avrebbe ucciso, no anzi, non avrebbe mai ucciso nessuno per conto di Franck Lefebre! Non si sarebbe più piegata al suo ricatto! Che la violentasse pure di nuovo, che la mandasse pure in galera, si sarebbe difesa dicendo la verità.

Piano piano il sonno si impadronì di lei e si addormentò tranquilla, nemmeno il fumo sembrava interessarle più.

 

 

 

Cap 10

Roma, 15 maggio 1998

Franck Lefebre era furioso, da tre giorni non aveva più notizie di Milady, aveva provato a chiamarla ma lei non aveva risposto. Non gli aveva detto di aver mandato in frantumi il telefono, in verità il suo scopo era proprio quello di non farsi trovare.

«Se quella stupida pensa di farmi fesso si sbaglia di grosso! Sono sicuro che non ha nemmeno provato a portare a termine la  missione! Alla fine dovrò pensarci da solo e poi penserò anche a lei, ma si pentirà di aver provato ad imbrogliarmi!», gridava così forte che lo avevano sentito anche per strada, la sua voce, quando perdeva la pazienza, superava i decibel raccomandati per non avere danni ai timpani.

«Devo andare a scovarla e poi le darò una bella lezione, una che non dimenticherà tanto presto! Se solo ha provato a svignarsela peggio per lei!», continuò ancora un po’ a camminare su e giù per l’ufficio in vestaglia e ciabatte, poi chiamò il suo uomo e gli ordinò di preparare la macchina.

«Adesso la cara Milady avrà visite che non si aspetta!», pensò a voce alta.

Non le  ho mai detto che avevo una copia della sua chiave di casa!»

Milady si svegliò, si sentiva meglio, per quei giorni non aveva più pensato a niente, si era solo rilassata e riposata.

Andò in cucina e si preparò il caffè, ma mentre lo stava bevendo sentì una chiave girare nella toppa, istintivamente mise la sedia incastrata sotto la maniglia, poi andò a chiudersi in bagno.

Lefebre forzò un po’ e poi riuscì ad entrare.

«Zuccherino?! Dove ti sei nascosta? Esci fuori su!»

«Come poteva avere la chiave della sua mansarda?, pensò fra se.

James alzò la voce.

«Zuccherino!! Esci, immediatamente é  un ordine! Esci o sarà peggio per te!», gridò spazientito.

Milady decise alla fine di uscire, tanto altrimenti avrebbe sfondato la porta e poi… l’avrebbe trovata comunque.

«Signor James? Come ha fatto ad entrare? Chi le ha dato le chiavi di casa mia?»

«Calma zuccherino, prima di tutto questa é casa mia e poi le ho sempre avute fin dall’inizio!», le disse, andandole così vicino da farle respirare il suo alito caldo di nuovo.

I segni degli schiaffi ricevuti le erano appena andati via ed ebbe paura che volesse schiaffeggiarla di nuovo, così, senza una ragione precisa, solo per farle capire che era lui a dettare le regole e lei doveva ubbidire senza fiatare.

«Forza zuccherino aggiornami sulla missione!», le ordinò a quel punto.

«Mi dispiace ma non ho nulla da riferire per…», non riuscì a finire la frase che le arrivò un violento manrovescio sulla guancia sinistra, che di nuovo, immediatamente iniziò a gonfiarsi e arrossarsi

«Brutta stupida! Cosa hai fatto in questi giorni?»

«Mi dispiace signor James», disse fra le lacrime, stavo male e non sono potuta uscire, non ce la facevo a camminare…», le arrivò un altro colpo ancora più forte.

«Basta signor James, la scongiuro, così mi ucciderà!», lui rise di gusto.

«No, zuccherino,  puoi star tranquilla, per adesso non ti uccido, ma sai cosa voglio da te, quindi datti da fare!»

Milady si sentiva in trappola, provò ad evitare, ma James fu irremovibile anzi si alterò ancora di più. Più lei lo respingeva più lui la desiderava e voleva che fosse sua, per odio o per amore, doveva essere sua, soltanto sua.

«No, la prego signor James,  mi lasci stare almeno oggi, non sto ancora bene, ho un po’ di nausea e temo che con ciò che mi chiederà potrei vomitarle addosso!», mentì.

«Credi che me ne importi qualcosa di come stai? Ho detto muoviti! E comunque se lo farai, se mi vomiterai addosso, mi ripulirai in ogni centimetro di pelle, zuccherino!»

«Adesso forza, datti da fare e non farmelo ripetere!», nel frattempo James si era spogliato ed era in piedi di fronte a lei completamente nudo, fortemente e visibilmente eccitato. Sicuramente non era lo spettacolo migliore da poter vedere, basso, grasso, quasi calvo e viscido, labbra enormi e occhi spioventi, aspettava che Milady gli si concedesse di nuovo senza protestare.

«Zuccherino sto aspettando e la mia pazienza ha un limite che tu hai già ampiamente superato!», la prese per i capelli e la tirò verso di se, con un movimento veloce e violento. Lei come reazione ebbe improvvisi conati e gli vomitò addosso la colazione. James per questo, divenne furente e le dette una ginocchiata nello stomaco facendola cadere malamente a terra e piegarsi in due dal dolore.

«Adesso ti sistemo, adesso me la pagherai cara!», Milady si spaventò a morte, altre volte lo aveva visto arrabbiato, ma mai come quel giorno aveva avuto così paura che potesse davvero ucciderla.

James la prese per i capelli di nuovo e la trascinò in camera, incurante delle sue grida e dei suoi gemiti di dolore.

La buttò sul letto e la immobilizzò con la sua stessa mole, poi, baciandola con forza iniziò a possederla violentemente, prima in un modo e poi nell’altro, molto più doloroso e più lei gridava di dolore, più lui spingeva a fondo e si dimenava pronunciando parole e frasi volgari.

Alla fine Milady cedette completamente, distrutta da quel trattamento e sperò che finisse in fretta, che lui venisse velocemente e la lasciasse in pace a leccarsi le ferite.

Mentre pensava a queste cose, si accorse che lui aveva iniziato a respirare più forte, un respiro che sembrava quasi un rantolo, lo sentì muoversi e dimenarsi, gemere e e poi alla fine esploderle  addosso fino ad espellere gli ultimi “colpi” di un piacere che era stato solo suo, mentre lei oramai non sentiva più nemmeno il dolore.

Le venne addosso ovunque, ma lei non era li, c’era solo il suo corpo seviziato e inerte.

James si alzò e andò nel bagno a ripulirsi, purtroppo quel primo round non era bastato a soddisfarlo.

Milady sapeva che ci sarebbe stato il secondo round e pregò soltanto che non fosse troppo doloroso oppure che la uccidesse così da non soffrire più.

James la obbligò nuovamente, lei per quanto provasse, non riuscì a divincolarsi. Quando, dopo numerose spinte violente e profonde, lui venne di nuovo, lei chiuse gli occhi e immaginò di essere altrove, mentre il liquido che prima l’aveva solo sporcata, adesso le fluiva attraverso l’esofago fino allo stomaco.

Le lacrime le scorrevano grandi sulle guance mescolandosi alle gocce  disgustose e salate che le erano rimase sulle labbra, mentre lui ancora si scuoteva e tremava per i postumi di quel rapporto che si era goduto appieno fino all’ultimo spasmo.

Quell’uomo perverso e violento, forse le aveva rovinato per sempre il piacere dell’amore, adesso desiderava solo spedirlo all’inferno. Si ricordò di un coltello che teneva nel cassetto del comodino, mentre lui era disattento, lo prese e prima che potesse reagire glielo piantò nella gamba trapassandogli il ginocchio e provocandogli un urlo spaventoso.

Magari non sarebbe morto, ma di certo non avrebbe camminato per un bel po’ e lei sarebbe scappata più lontano possibile.

Si rivestì di corsa, lasciandolo sul letto a gridare e imprecare per il dolore, riuscì anche a schivare il lancio di quello stesso coltello che velocemente e dolorosamente si era tolto dalla carne.

Non le importava nulla di ciò che stava lasciando nel monolocale, non ci avrebbe mai più messo piede, non aveva soldi, ma piuttosto sarebbe andata a vivere sotto un ponte, prima di tornare in quel posto, dove era stata violentata ma soprattutto umiliata.

Lo chiuse dentro a doppia mandata, anche volendo ci sarebbe voluto un po’ prima che lui riuscisse a uscire o che i suoi uomini potessero entrare per recuperarlo. Prese l’ascensore, che per fortuna funzionava anche quella volta, e scappò in strada.

Si fermò solo qualche secondo a riprendere fiato, Ste, Il braccio destro di James la vide di sfuggita, avrebbe voluto dirle qualcosa, ma pensò che fosse meglio andare prima a recuperare il suo principale.

Milady ricominciò a correre a perdifiato, cercando di mettere più distanza possibile fra lei e loro. Era talmente spaventata e disorientata per tutto, che non si rese conto di aver attraversato con il rosso.
La macchina che stava sopraggiungendo, pur rallentando, non riuscì ad evitare l’urto, lei cadde a terra svenuta.

«Signorina! Signorina, la prego si riprenda!», ma lei non riusciva a riemergere dal torpore.

Per fortuna l’ambulanza arrivò in pochi minuti e la portò al pronto soccorso.

Cap 11

L’uomo di Lefebre  era salito intanto al quarto piano e aveva sfondato il portoncino.  Era un tipo alto, un topo da palestra, ma anche un frequentatore di bassifondi e bar malfamati, aveva diversi precedenti per furto e spaccio.

«Capo dove sei?»

«Sono qua idiota, vieni ad aiutarmi!», aveva il ginocchio in condizioni molto critiche, se non si fosse curato immediatamente, forse avrebbe perso l’uso della gamba.

«Capo devo portarti in ospedale!», James si infuriò.

«No! Ma che cavolo ti salta in mente, non dire scemenze! Vuoi che ci scoprano? Portami a casa e chiama chi sai! Quella stupida adesso penserà di essere fuori pericolo, ma presto la pagherà e..aaaaargggggghhhhh! Portami a casa muoviti! Sto crepando di dolore, mi serve un iniezione di antidolorifico!»

Milady non aveva ripreso conoscenza, sembrava avesse smesso di lottare e si fosse arresa alla sua fine. Larry la vide e corse subito da lei, temendo per la sua vita.

La accarezzò, cercò di svegliarla, ma lei non reagiva. Non voleva reagire, voleva che tutto finisse, che nessuno più potesse farle del male. Risvegliarsi equivaleva a dare un altra chance al mondo e lei non si sentiva di farlo, la realtà era che aveva paura, una paura dannata e maledetta che di nuovo qualcun altro potesse farle del male, che qualcun altro potesse approfittarsi di lei e del suo corpo, già così martoriato dalle violenze di James Lefebre. No, era meglio finirla qua, morire, magari andarsene all’inferno, se Dio la considerava una peccatrice, ma almeno sapeva cosa avrebbe affrontato.

La vita le faceva una paura enorme, tornare a respirare, riaprire gli occhi e trovarsi in quel mondo, che fin’ora le aveva regalato solo sofferenze  non era certo ciò che desiderava.

Larry continuò a stimolarla, ad accarezzarla, a stringerle la mano  nella sua, ma lei  si era arresa.

«Larry, lasciala stare! Non preoccuparti non é in pericolo di vita, ma decidere di riemergere, di riprovarci, di dare nuovamente fiducia al mondo é una scelta che può fare solo lei e finché non la farà non si risveglierà!», Miriam lo aveva raggiunto e gli aveva messo una mano sulla spalla.

«Miriam, lei non deve morire! Non me lo perdonerei se accadesse! Suo padre mi aveva chiesto di proteggerla e invece le ho fatto passare tutto questo!», continuando ad accarezzarle il viso che era un po’ livido e ammaccato.

«Larry, sta tranquillo, si risveglierà, fidati di me, si risveglierà, devi darle il tempo di metabolizzare e riprendersi, magari potrà volerci un giorno o due ma tornerà e allora potrai starle più vicino!»

 

***

James Lefebre si era ritrovato con una gamba fuori uso, senza poter fare nulla per rintracciare Milady e darle ciò che secondo lui meritava.

«Signor James la sua gamba é ridotta davvero male, le consiglio di starsene buono a riposo, altrimenti non camminerà più!», gli disse il suo dottore personale, dopo avergli ricucito il taglio e averla immobilizzata, «ah e in più dovrà farsi fare delle iniezioni ogni giorno, sono importanti non se ne dimentichi, nemmeno una volta, io tornerò nei prossimi giorni a vedere come sta»

«Vabbé torni quando vuole, per quello che mi importa! Adesso conta solo ritrovare quella stupida di Milady e…», il dottore lo redarguì di nuovo.

«Signor James faccia ciò che vuole, ma sappia che se non farà quelle iniezioni rischierà molto molto grosso!», girò sui tacchi e se ne andò.

James chiamò subito a rapporto i suoi due uomini migliori.

«Cercatela! Cercatela ovunque in qualsiasi fottuto buco e non tornate finché non l’avrete presa, ma mi raccomando, non vi azzardate a torcerle un capello. Sarò io a decidere se e come punirla! Non pensate di tornare se non con lei, mi sono spiegato?»

«Certo, agli ordini capo»

 

 

Cap 12

16 maggio 1998

Era trascorsa tutta una notte senza che Milady avesse dato segni di ripresa, Larry iniziò ad essere veramente preoccupato.

«Miriam, lei non si é ancora svegliata! Che possiamo fare?»

«Larry calmati, si risveglierà ti dico, fidati di me!», lo rassicurò di nuovo.

«Menomale che tu sei sempre tranquilla, come fai? Io sto morendo di paura, ho paura che lei abbia deciso di smettere di lottare, che si sia arresa per quante ne ha passate!»

In quel momento Milady iniziò piano piano a risvegliarsi e a cercare di muoversi.

«No ferma Milady, si farà male così, non tenti di muoversi troppo!»

«Larry?, sto sognando o ha la divisa da medico?», domandò stropicciandosi gli occhi, chiudendoli e riaprendoli più volte e rendendosi conto che lo scenario ogni volta rimaneva lo stesso.

«Cosa mi é accaduto?»

«Signorina é stata l’ambulanza a portarla qui, hanno detto che mentre attraversava la strada, in stato piuttosto confusionale, una macchina l’ha investita e lei ha perso conoscenza», le disse cercando di non farla agitare.

«Larry ma, lei adesso ha la divisa da medico, io l’ho vista guidare un taxi, mi ha accompagnata a casa e… aaah!»

«Calma signorina Milady, non si sforzi! Non ha subito gravi danni, ma deve stare calma e riposare adesso!»

«Ho mal di testa!», rispose con le lacrime agli occhi, «ma io devo andare, c’é…ahhhh», le prese un altra fitta.

«No, calma principessa Milady, adesso non deve proprio muoversi o starà di nuovo male, le assicuro che qua non può accaderle niente!».

Milady alla fine si calmò e si addormentò, Larry rimase ancora lì con lei, le prese la mano e gliela baciò, lei era sprofondata in un sonno tanto profondo che non se ne sarebbe accorta.

«Mia principessa Milady, non so cosa possa averti fatto quel bastardo, ma ti giuro che ti porterò via da qui, ti porterò con me dove lui non potrà trovarti, dove non potrà farti del male e poi la polizia lo catturerà e passerà il resto dei suoi giorni in carcere. Tu sarai libera Milady e io sarò libero di ….», smise di pensare perché si era accorto di averlo fatto a voce alta.

Nel frattempo anche Miriam si era avvicinata al letto della ragazza.

Larry mi sa che tu ed io dobbiamo fare una bella chiacchierata!»

«Tu dici?», le rispose sorridendo.

«Si, dico proprio e ne sono convinta!»

«Quando si sveglierà le chiederò se si sente di raccontare ciò che le é accaduto, anche se da un lato non vorrei mai sapere cosa le ha fatto quel bastardo!»

Miriam fece una carezza a Milady, poi prese Larry sottobraccio e lo esortò ad uscire dalla stanza.

«Vieni di là con me, é sorvegliata, non le accadrà niente! Tu invece dimmi cosa ti passa per la testa!»

«Ad essere sincero non lo so, da quando l’ho vista la prima volta, da quando l’ho presa in braccio e l’ho sentita aggrapparsi a me, con tutta la sua fragilità anche se cercava di nasconderla dietro ad una facciata di coraggio, io ho iniziato a…», Miriam non lo fece finire, lei sapeva già cosa gli stava succedendo.

«Larry tu la ami, ti sei innamorato di lei!», lui la guardò e annuì.

«Come fai a…»

«Ragazzo mio, si vede, da come la guardi, da come ne parli, da come vorresti farla pagare a chi l’ha maltrattata e ridotta in questo stato. Tu la ami e anche tanto!»

«Si, credo di si, quando penso a lei mi viene solo una grande voglia di tenerla fra le braccia e difenderla dal mondo intero, per sempre, quando la guardo,  sento che il cuore mi batte come mai prima d’ora e vorrei solo baciarla all’infinito e…»

«Larry quella ragazza ha sofferto Dio solo sa quanto, dovranno farle degli esami e speriamo solo che quel Lefebre non le abbia causato danni irreparabili a livello fisico,

per quelli a livello mentale ci vorrà tempo ma piano piano, con l’aiuto di chi sarà disposto ad amarla davvero, guarirà!», sfiorandogli il viso con una carezza materna.

«Allora tu non sei contraria, perché credimi Miriam, mi sto rendendo conto che la amo da morire e che nessuno più dovrà nemmeno sfiorarla. Voglio portarla con me, nella mia tenuta in scozia e ridarle la felicità e la libertà che merita.

«Certo Larry, lo farai e ti prometto che potrai farlo fra poco, solo il tempo di organizzare la cosa, ti metteremo a disposizione tutto il necessario per partire con lei, ormai siamo sulle tracce di quel balordo e della sua banda, ne abbiamo abbastanza perché Milady possa essere messa in salvo, non deve più rimanere nelle sue grinfie, mi dispiace solo che questa sarà l’ultima missione insieme!»

«Grazie, Miriam, dispiace anche a me, ma ho troppo voglia di tornare a casa e di portarla con me. Tu sai bene che le mie origini sono nobili, che la mia famiglia é benestante  da generazioni. Voglio che questo viaggio che faremo insieme, per lei sia bellissimo e ricco di sorprese, non sarà solo il viaggio della sua salvezza. Le dirò tutto, sarò sincero con lei, le dirò che la amo e aspetterò tutto il tempo necessario perché lei stia bene di nuovo, te lo prometto Miriam, non la forzerò ad amarmi se non vuole, non sarò un animale come quel Lefebre!»

«Larry, tu non lo sei! Vedrai che anche lei…»

In quel momento, mentre stavano parlando, Milady suonò il campanello dal suo letto, stava contorcendosi dal dolore.

Larry corse da lei immediatamente.

«Larry aiutami sto male! Improvvisamente ho iniziato a sentire dolori fortissimi in fondo alla pancia, che mi sta succedendo?», la guardò e si accorse di una cosa, ma per non metterla in allarme, decise di tacere.

«Milady tranquilla, adesso la porteranno a fare degli esami e poi vedrà che starà meglio»

 

 

Cap 13

Larry si affrettò ad avvertire la sala operatoria, lui purtroppo non poteva esercitare da chirurgo, e comunque la sua specializzazione, se l’avesse terminata, sarebbe stata medicina d’urgenza, lei invece, da quello che aveva potuto capire, aveva bisogno di un intervento di ginecologia perché stava perdendo sangue. Mentre aspettava che la venissero a prendere, si prodigò per tranquillizzare la ragazza e poi le fece un iniezione di calmante.

Appena fu in sala operatoria le fu fatta una anestesia totale, la dottoressa si rese subito conto che si trattava di un aborto, probabilmente provocato da un trauma, visto che la ragazza presentava anche un grosso ematoma evidente all’altezza del basso ventre.

Milady fu riportata in camera un paio d’ore e mezzo dopo ed era ancora un po’ incosciente a causa dell’anestesia.

Larry si avvicinò a lei, si mise a sedere sul  bordo del letto e le prese la mano.  La tenne fra le sue e rimase lì ad accarezzarle la mano e il viso finché lei non cominciò a riprendere conoscenza.

«Larry! Larry che mi é successo? Mi brucia la gola e ho ancora dolore».

«E’ colpa dell’anestesia, presto passerà»

Lei aveva una voglia incredibile che lui la abbracciasse di nuovo.

«Larry, per favore può alzarmi lo schienale?»

«Non so se sia una buona idea, ho paura che l’anestesia le provochi un po’ di nausea»

«Per favore Larry!», lui acconsentì e le alzò lo schienale, quando furono vicini, così vicini da sfiorarsi, a lui venne una voglia incredibile di baciarla, adesso era sicuro, senza alcun dubbio, di essersi innamorato e vederla così ferita, indifesa, lo faceva star male da morire.

Milady si incantò a guardarlo, cercò di memorizzare nel suo cuore ogni singolo particolare di quell’uomo così dolce e buono, ma allo stesso tempo incredibilmente bello e affascinante.

«Milady se la sente di raccontare ciò che ricorda?», azzardò lui.

«Si, va bene, ma per favore ad una condizione!»

«E quale? Tutto ciò che ricorda può essere utile e…», non lo fece finire.

«No, racconterò tutto, ma basta con il “lei” per favore, ok?»

«Ok Milady», questa cosa lo rendeva estremamente felice, poterla avvicinare ancora di più, fare un altro passo verso di lei.

«Tutto cominciò quando ero ancora ragazzina, mio padre mi aveva regalato un cavallo di nome Free, il giorno del mio dodicesimo compleanno, gli affari andavano abbastanza bene allora, io mi divertivo con lui ogni giorno nel nostro ranch in Tennessee. Mio padre aveva una distilleria di Whisky, una distilleria regolare. Successivamente, forse per investimenti sbagliati o non so, a quel tempo non ne capivo molto, gli affari iniziarono a peggiorare e lui fu costretto a cercare un socio. Entrò in società con un tale chiamato James Franck Lefebre, un individuo che fin da subito non mi aveva ispirato niente di buono.

In giro si diceva che fosse poco raccomandabile e che gestisse un giro di loschi commerci, ma aveva a disposizione molti soldi e così mio padre si fidò di lui. La situazione economica della distilleria migliorò, ma Lefebre si rivelò veramente ciò che dicevano di lui. Mentre mio padre pensava che fosse una manna dal cielo, lui contrabbandava droga nelle casse di Whisky che venivano spedite. James e i suoi tirapiedi, inutile dirlo, mi ronzavano intorno, a volte allungando un po’ troppo le mani. Mio padre un giorno si accorse di strani movimenti nel deposito delle casse da spedire, per paura che Lefebre potesse rivalersi su di me per ricattarlo, mi mandò a studiare lontano. Negli anni seguenti continuò a coprire il traffico illecito, finché un giorno decise che era venuto il momento di denunciare il socio, prendendosi anche le sue responsabilità, per il tempo che aveva taciuto.

Io ero tornata da poco, quando accadde l’incidente che vide mia madre morire sul colpo.

Mio padre, invece, si era salvato e stava migliorando, tanto da convincere i medici a dichiararlo quasi fuori pericolo. Inaspettatamente, pochi giorni dopo ricevetti una telefonata dall’ospedale: “mi dispiace signorina, suo padre non ce l’ha fatta, ha avuto un attacco cardiaco”, mi dissero. A quel tempo non capii, non mi resi conto che qualcuno aveva voluto chiudergli la bocca per sempre.  Il funerale per entrambi fu organizzato da James che poi mi prese con se, come fosse stato un atto di carità nei miei confronti, dato che ero rimasta sola. Mi ricordo che negli ultimi giorni, prima che mio padre morisse, nella distilleria era entrata un altra persona, un ragazzo, di cui però non ricordo altro. Crescendo mi ero fatta abbastanza formosa e carina, tanto che uno degli uomini di Lefebre si era invaghito di me e aveva cercato più volte di molestarmi. Io lo avevo respinto ogni volta, ma un giorno lui aveva passato il limite mettendomi pesantemente le mani addosso. Trovandomi vicino ad una mensola con dei soprammobili sopra, ne presi uno e con quello lo colpii. Non avevo la minima intenzione di ucciderlo, ma purtroppo il colpo inferto gli fu fatale. Quando James lo venne a sapere, mi ricattò: “se vuoi evitare la galera, da oggi dovrai ubbidirmi in tutto e per tutto, qualunque cosa ti chieda!”, io accettai, costretta dalle circostanze. Lui mi mandò a Roma e mi trovò un alloggio, il monolocale dove mi hai accompagnata tu la prima volta. Mi disse di  rimanere li fintanto che non mi avrebbe chiamato per affidarmi un compito. Passò del tempo, tanto da portarmi a pensare che lui avesse cambiato idea, invece un giorno mi chiamò: “zuccherino, devi fare un lavoretto per me, devi togliere di mezzo una certa persona”, mi disse e fu li che iniziò a chiamarmi con quell’appellativo orribile. Per farlo fui fornita di un fucile ad alta precisione e mi fu detto dove appostarmi per aspettare un segnale, che mi avrebbe fatto riconoscere il bersaglio.  Purtroppo, quel giorno, la pioggia mandò all’aria la missione, tornai a casa pensando che il giorno dopo avrei potuto cercare di nuovo il mio obbiettivo. La mattina dopo James mi chiamò sul cellulare e mi ordinò di raggiungerlo nel suo ufficio. Quella fu la prima volta in cui lui mi…», Milady stremata dal racconto iniziò a piangere.

«Principessa, se sei stanca puoi continuare più tardi a raccontare, se vuoi puoi riposarti adesso», le disse.

«Larry voglio continuare, anche se questa parte forse ti sarà difficile ascoltarla», dai suoi occhi malinconici scendevano grandi lacrime. Lacrime di dolore, di sofferenza e umiliazione, ma voleva che lui sapesse tutto, che lo sapesse da lei!

«Per favore non nascondermi nulla,  ti prego, principessa Milady», le disse supplicandola quasi.

«Ok però, Larry, posso chiederti una cosa prima?»

«Certo, tutto quello che desideri, hai sete vuoi bere un po’?», passandole un bicchiere con dell’acqua fresca, che lei comunque accettò perché si sentiva la gola in fiamme.

«Vorrei solo che tu…che tu mi abbracciassi, per favore», lui non aspettava altro che di stringerla di nuovo a se.

«Certo principessa», la strinse forte a se, ma anche con dolcezza, le accarezzò i capelli e il viso. Entrambi avrebbero voluto che durasse in eterno.

Milady riprese il suo racconto.

«Quando James entrò nell’ufficio, mi chiese di aggiornarlo sulla missione, io iniziai a parlare, ma presto mi accorsi che lui era interessato a ben altro.  Mi si avvicinò e cominciò ad accarezzarmi e a tentare di baciarmi, io lo respinsi, ma lui mi  bloccò e mi baciò con forza, allo stesso tempo mi strinse il seno facendomi urlare di dolore, io lo supplicai piangendo di lasciarmi andare ma lui mi prese con forza e violenza, per non farmi gridare ancora mi puntò il coltello sul viso: “se lo fai di nuovo ti taglio la gola!”, mi urlò, poi mi ordinò di muovermi più velocemente , iniziò a gemere e dimenarsi e poi di colpo lo sentii esplodere.

Lo aveva fatto con tale violenza che mi aveva provocato un dolore lancinante, svenni e lui ordinò ai suoi uomini di portarmi via da li, con queste parole: ” se deve crepare, che crepi lontano da me!”

Quella fu la prima volta che ti incontrai e che quella signora tanto gentile di nome Miriam, mi dette il suo scialle per farmi sentire meno a disagio». Larry tremava di rabbia al racconto, “Milady se solo tu sapessi che non era la prima volta e che io ero quel ragazzo che tu non sapevi dove fosse finito..”, pensò fra se.

«Di quel giorno, mi é rimasto solo il momento in cui ti abbracciai per la prima volta. Il giorno dopo James mi telefonò di nuovo chiedendomi se avevo ripreso le ricerche, io fui  costretta a chiedergli una foto o un identikit, lui ovviamente non mancò di approfittarne di nuovo dicendomi che se volevo quella cosa sarei dovuta tornare nell’ufficio a prenderla. Dopo che tu mi avevi fatto visita pranzai e poi mi recai a piedi da Lefebre. Quando  arrivai lui non c’era e così frugai in giro, sulla scrivania, e fra gli scaffali per vedere di trovarlo e potermene andare subito.

Avevo indossato degli abiti abbastanza abbondanti, abiti che difficilmente potevano far venire certe voglie, ma tutto ciò non servì a niente se non a renderlo ancora più furioso e violento. Mi schiaffeggiò, due volte, il viso iniziò a gonfiarsi e io gli chiesi di poter mettere del ghiaccio, lui ovviamente rifiutò, ci godeva che stessi male. Per tutta risposta si spogliò completamente poi, mi prese per i capelli e mi obbligò di nuovo ad un rapporto, ma più io cercavo di svicolarmi più lui mi costringeva.

Ad un certo punto si allontanò e io pensai che fosse finita, invece mi gettò a terra, mi strappò i vestiti e ricominciò di nuovo. Mi baciò con forza, mi disse parole orribili e poi mi prese ancora fino a che non fu completamente soddisfatto, fino a che non mi ebbe umiliata nella maniera peggiore, sporcandomi ovunque.

Grazie a Dio sembrava fosse finita, prese un foglio e me lo dette, “ecco il tuo uomo, zuccherino”, ma quando stavo per uscire lui mi prese il braccio e mi trascinò alla scrivania, Non credevo di poter subire di peggio fino a quel momento, ma mi sbagliavo, lui mi immobilizzò e poi… sentii un dolore che non riesco nemmeno a descrivere, sperai di morire, sperai che mi finisse tanto da uccidermi per non soffrire più. Quando ebbe finito i suoi comodi, mi cacciò malamente dicendomi: “vattene, esci dalla mia vista! Togliti dai piedi, riesco a sbatterti, ma non sopporto averti intorno! Vattene subito!”

 Tornai a casa e decisi di rinchiudermi dentro, ero convinta che lì sarei stata al sicuro, se non mi fossi mossa, se non fossi uscita, non mi avrebbe fatto più nulla e invece lui aveva le chiavi!

Io avevo mandato in frantumi il telefono perché non potesse più cercarmi anche se questo voleva dire non poter chiamare nemmeno te.  Dopo un paio di giorni lui, insospettito, venne nella mia mansarda ed entrò, io mi nascosi nel bagno, poi però fui costretta ad uscire. Fu ancora peggio, peggio delle volte precedenti, oltre agli schiaffi oltre alla violenza mi dette un calcio nello stomaco, io alla fine non sapendo più come fare presi il coltello che avevo nel cassetto e glielo piantai nel ginocchio trapassandolo, poi mi ricomposi, lo chiusi dentro e scappai, purtroppo correndo, in quelle condizioni, non vidi la macchina e…», Larry la strinse di nuovo a se, la cullò fra le sue braccia e lei si sfogò in un pianto disperato.

«Principessa mia scusami, mi dispiace per tutto ciò che hai dovuto passare! Sapessi quanta voglia ho di baciarti, ma non posso, ho paura di allontanarti da me!», pensò tutto questo, ma continuò a tenerla stretta a se, senza dire una parola.

«Larry come farò adesso? Ho paura, se quello mi ritrova mi uccide di sicuro stavolta! Con quel coltello l’ho quasi reso invalido, ma si farà curare, é ricco, e poi verrà a cercarmi e per me sarà la fine. Anche se… morire sarebbe certo meglio che sopportare di nuovo quelle violenze! Se mi uccidesse sarei finalmente salva da lui!», Larry le mise un dito sulle labbra, «no, principessa non dire così, tu non devi sperare di morire,  perché io ti…», l’ultima parte della frase non la pronunciò, la pensò solamente, “perché io ti amo” le avrebbe voluto gridare e poi baciarla.

 

 

 

Cap 14

Milady era stanchissima e Larry la lasciò a riposarsi, ne aveva bisogno, con tutto ciò che aveva dovuto sopportare e non sapeva ancora che…

«Miriam, come faccio a dirglielo, come le dico che ha subito un aborto?», La anziana poliziotta gli mise una mano sulla spalla.

«Larry non serve che tu lo dica adesso, lo farai quando sarà più forte e in grado di sopportarlo. Domani verrà dimessa e tu la porterai in un posto sicuro, un albergo dove sarà sorvegliata da lontano dai nostri uomini. Dovrà rimanerci  solo un paio di giorni, giusto il tempo di preparare tutto, poi la andrai a prendere e la porterai via con te e sarà salva. So che vorresti rimanere con lei, ma per il vostro bene devi tornare alla base. So che é dura perché la ami e…», Larry la interruppe.

«Si la amo, più di quanto lei possa immaginare e soffrirò da morire a starle  lontano, ma se serve…»

«Larry, soffrirà anche lei perché anche lei ti ama», Larry si stupì.

«Come puoi dirlo?»

«Sono più anziana di te e vedo più cose. Quella ragazza ti ama, solo che non lo sa nemmeno lei, é terrorizzata da tutto ciò che le é capitato e dovrai stare molto attento a non esagerare altrimenti si chiuderà per sempre e per lei sarà finita!»

 

***

 

La notte trascorse serenamente, Milady aveva riposato bene, i dolori, almeno quelli più forti le erano passati, grazie anche agli anti dolorifici che le erano stati trasfusi per flebo, le restavano i lividi, quelli esterni visibili e quelli interni non visibili, ma non meno dolorosi. Si svegliò, trovò Larry vicino a se e questo le dette una sensazione di gioia e serenità, almeno per quel momento.

«Larry? Sei rimasto qua tutta la notte?»

«Si principessa Milady, sono rimasto sempre vicino al tuo letto, per controllare che tutto andasse bene, che tu non avessi complicazioni dovute a…», si fermò, ancora non doveva dirglielo.

«Dovute a cosa? Sto molto meglio adesso, solo non so, cosa farò, dove posso andare senza correre il rischio che James mi ritrovi o mi faccia trovare dai suoi? Non ho più niente, le mie cose sono rimaste tutte in quella mansarda e io non…non», Milady scoppiò a piangere e Larry immediatamente la prese fra le braccia.

«Principessa non piangere, non dovrai tornarci mai più in quel posto!»

«Ma le mie cose, non ho più nulla se non i vestiti che avevo addosso e che adesso sono da buttare e…», le accarezzò i capelli e il viso e lei lo guardò. I loro occhi si incontrarono e si persero gli uni in quelli dell’altra.

«Principessa ascoltami, ti porterò io in un posto sicuro, dove dovrai restare un paio di giorni, tu dimmi tutto ciò di cui hai bisogno e io te lo farò trovare al tuo arrivo», lei si aggrappò ancora di più nel suo abbraccio e poi gli dette un bacio sulla guancia.

«Sei così dolce Larry, mi conosci appena e hai già fatto tanto per me, e io sento che posso fidarmi di te, anche se mi é stato tolto tutto, il mio cuore é stato distrutto, fatto a pezzi e io non so nemmeno se sarò più in grado di…»,Milady smise qualche secondo di parlare poi riprese.

«Purtroppo mi serve tutto, non ho più vestiti, ne biancheria, ne lo spazzolino e il dentifricio, non ho più nemmeno…» e si fermò di nuovo.

«Le sigarette?», domandò Larry a quel punto.

«No con quelle ho chiuso, non voglio più vederle, mi riferivo al cellulare, quel giorno l’ho distrutto, dopo che James…insomma lo sai e…»

«Per questo non mi hai chiamato? Principessa non preoccuparti, troverai tutto quello che ti serve. Adesso devo fare una cosa, poi  ti porterò in quel posto dove rimarrai solo due giorni»

«Tu starai con me?»

«No, ti accompagno, ma poi devo tornare al lavoro, tu però non avere paura, fidati di me, sono solo due giorni e poi tornerò a riprenderti e…»

Milady lo accarezzò.

«Mi fido di te, tu sei così buono e io…»

«Principessa, riposati ancora un po’ adesso. Ritorno quando sarà l’ora di andare».

«Ok, a dopo»

«Principessa mia, resisti ti prego, ancora solo due giorni e sarai libera e io potrò amarti!», pensò fra se uscendo dalla stanza e dandole un ultimo sguardo.

Lo vide uscire e di colpo il suo cuore si rattristò di nuovo, senza lui vicino non c’era luce intorno a lei.

«Larry, ogni volta che te ne vai é come se mi mancasse l’aria, non so come potrei stare di nuovo due giorni lontana da te, ma se il poter stare insieme per sempre ha questo prezzo da pagare, allora sarò forte e resisterò!», continuò a ripetersi questa frase dentro se per darsi forza e coraggio.

Quando lui le era vicino anche solo pochi minuti, tutte le brutture e le violenze subite scomparivano di colpo, quando poi rimaneva di nuovo sola, la paura la paralizzava.

Cap 15

Larry uscì per andare a procurare a Milady tutto ciò di cui avrebbe avuto bisogno. Le lasciò nella stanza dell’hotel anche un mazzo di rose già sistemate nel vaso con un bigliettino, e un cellulare nuovo, bellissimo, accompagnato da un altro biglietto carico di dolcezza, poi tornò in ospedale.

«Oh Larry, sei tornato, é quasi ora che tu la porti dove sai»

«Si Miriam, ero solo andato a procurarle quello che le serve, ma…»

«Che c’é ragazzo?»

«Miriam non so se riuscirò ad aspettare due giorni, a starle lontano, quando non sono vicino a lei mi manca da farmi male!»

«Larry, lei sarà al sicuro, poi a quanto sappiamo Lefebre é ancora immobilizzato a letto, in quelle condizioni non può farle niente!»

«Lo so Miriam, ma ha mandato i suoi uomini a cercarla, ho paura che prima o poi la trovino e la portino di nuovo da lui, vorrei non doverla lasciare sola!»

«No, Larry adesso non puoi, poi non sarà mai realmente sola, sarà sorvegliata costantemente dai nostri, infiltrati come dipendenti dell’hotel in cui starà, nessuno le farà del male. Tu pensa a dopodomani, quando la porterai via  e non la lascerai più. Dovrai dirle tutto, anche… si quello che sai, l’operazione che ha subito, di cui non le é stato detto nulla, lo farai tu. Dovrai essere dolce e paziente con lei, dovrai aspettare i suoi tempi, me lo prometti?»

«Si certo, Miriam,  te lo prometto, sarò estremamente sincero, ma spero solo che dopo non si allontani da me», disse con espressione preoccupata.

«Non succederà fidati!»

«Come fai a dirlo?»

«Sono una donna e so che quella ragazza non aspetta altro che di poterti amare, ne ha bisogno più di quanto lei stessa non sappia, mentre tu non c’eri l’ho osservata, lei ti aspetta, ogni volta e le si illuminano gli occhi quando ti vede. Va a prenderla, é ora, portala dove sai e poi torna alla base»

 

***

 

James Lefebre ormai era immobilizzato da qualche giorno, da quando lei gli aveva piantato quel coltello dentro al ginocchio. Stando a letto aveva avuto tutto il tempo per pensare a come si sarebbe vendicato una volta riavutala di nuovo sotto le sue spire.

«Zuccherino, io mi auguro per te che tu sia lontana o che tu sia addirittura morta, perché credimi la morte sarà la miglior cosa che ti augurerai se i miei uomini ti ritroveranno e ti riporteranno qui. Ti prometto che ti manderò all’inferno, ma prima ti userò e mi soddisferò in tutti i modi in cui desidererò farlo. Mi supplicherai di ucciderti zuccherino, piangerai e soffrirai il peggior dolore che tu possa immaginare! Prega che io non ti ritrovi, sarà meglio per te!», questo pensava, mentre i suoi uomini erano alla ricerca della ragazza.

Qualunque mezzo per farla soffrire sarebbe stato sempre troppo poco in confronto a ciò che lei gli aveva fatto. Probabilmente sarebbe rimasto zoppo e claudicante tutta la vita, per questo doveva pagarla a carissimo prezzo.

«Steeee!»

«Mi chiamavi, capo?»

«Certo brutto idiota!!!! Che notizie ci sono?»

«Purtroppo ancora nessuna capo, quella ragazza sembra scomparsa nel nulla!», rispose aspettando la reazione furente del capo.

«Siete una manica di incompetenti! Stupidi e idioti!!!! DOVETE TROVARLAAAAAAAAAA IMMEDIATAMENTE!!!!!!!! NON POSSO CERTO ANDARE A CERCARLA DA SOLO IN QUESTE CONDIZIONI NO?!!!!!!»

«Si, ok capo, darò ordine di intensificare le ricerche!

«Non basta! Dovete cercarla in ogni fottuto buco di questa città, a costo di arrivare a frugare anche nei tombini, ma dovete trovarla! Se non trovate lei cercate lui, quel Larry deve finire i suoi giorni e sarà contento di crepare accanto alla sua Milady! Hai capito stupido idiota che non sei altro! MUOVITIIIIIIIIIIII!!!!!! E ora sparisci voglio stare da solo, ho voglia di….»

«Mandami due ragazze, mi soddisferò con quelle per adesso!»

CONTINUA…

 

SCARICA GRATIS IL SEGNALIBRO DI MILADY

Caro amico che segui questo romanzo a puntate, voglio farti un regalo: da qui puoi scaricare il segnalibro di Milady in versione pdf così ti sarà più facile farlo stampare e plastificare.

DOWNLOAD       La scelta di Milady