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1

Francesca salì sul treno che stava quasi partendo.

Si era attardata ed era arrivata appena un istante prima che si chiudessero le porte.

Di colpo, quando fu dentro, sentì che le gambe le stavano per cedere e fu assalita da un attacco di nausea. Quel “rettangolo” di treno, fra uno scompartimento e l’altro, le sembrò diventare improvvisamente viola, ma era sicura che non fosse così.

Proprio mentre stava per cadere svenuta un ragazzo la sostenne.

“Forse è meglio se ti siedi un attimo. Guarda, nello scompartimento c’è un posto libero, se vuoi ti aiuto ad arrivarci, sei pallida”, le disse.

“Grazie, mi sa che ne ho bisogno!”, rispose mentre si aggrappava a lui per arrivare al sedile.

“Ecco, qui starai bene, posso chiederti cosa ti è accaduto?”

Francesca pensò che non ci fosse niente di male a spiegargli cosa era accaduto, in fin dei conti era stato gentile, l’aveva soccorsa, una spiegazione la meritava.

“Se ti siedi qui con me ti racconto cosa mi è successo, ti va?”

“Certo, molto volentieri. A proposito, io sono Samuel, ma tutti mi chiamano Sam!”, il ragazzo le tese la mano e lei gliela strinse.

Adesso iniziava a stare meglio e si rese conto che il suo soccorritore aveva gli occhi di un brillante color azzurro e un sorriso bellissimo. Un sorriso che metteva di buon umore.

“Bene, io sono Francesca e studio arte  a Firenze, questo treno lo prendo ogni giorno e sono sempre puntuale, questa mattina purtroppo ho avuto un inconveniente. Stavo ripassando una lezione mentre bevevo la mia tazza di caffè, la mia gatta mi è saltata addosso e me lo ha fatto rovesciare, proprio sulle fotocopie, così ho dovuto stamparne altre. Avevo una paura enorme di non farcela, così ho corso a perdifiato sperando di arrivare a tempo. Per fortuna come hai visto, sono riuscita, ma quella corsa mi ha causato la nausea e il malore che ho avuto e per cui tu mi hai soccorso. Se fossi arrivata in ritardo, però, sarebbe stato molto molto peggio per me. Ecco questa è tutta la storia, scusami se ti ho fatto preoccupare. Adesso puoi dirmi qualcosa di te?”

Francesca rimase in attesa, continuando ad osservare il ragazzo. La incuriosiva il fatto che, pur essendo metà maggio e sul treno ci fosse sufficiente caldo, lui non si era tolto il berretto che indossava.

Sam prese un bel respiro e poi iniziò a raccontare.

“Io sono Samuel, anche se, come ti ho detto, mi chiamano tutti Sam. Non sono italiano, come avrai capito dal mio modo di parlare. In realtà mi chiamo Samuel Joshua Carter e sono americano, originario dello stato di New York. Sono qua per studio, anche io frequento l’università a Firenze e…” Francesca lo interruppe un attimo.

” Però io non ti ho mai visto, ne sul treno ne all’università”

“Sul treno non mi hai visto perché non sto sempre nel solito vagone, spesso mi sposto dove non ci sia troppa corrente o  troppo cattivo odore. In facoltà ci vado ma non tutti i giorni come fai tu, a volte devo…”, si interruppe un attimo poi proseguì, “a volte ho altre cose da fare, come oggi per esempio. Ecco, io scendo alla prossima. Piacere di averti conosciuta, Francesca”, le dette di nuovo la mano.

” E stato un piacere anche per me, grazie per avermi soccorso, spero di vederti ancora, magari nel pomeriggio, al ritorno”, a quella proposta il ragazzo rimase sul vago.

” Stasera? Beh, non lo so proprio”

Intanto il treno aveva raggiunto la stazione, ma Sam non le aveva detto la verità, scese dalla vettura, ma salì di nuovo due porte più avanti. La sua meta era Santa Maria Novella, ma doveva stare attento che lei non lo vedesse.

 

 

 

2

 

Francesca prese il suo zaino e scese dal treno. Guardò l’orario e fu felice di vedere che aveva tutto il tempo per fare la strada con calma e arrivare in facoltà con qualche minuto d’anticipo.

Quell’esame era veramente importante, lei aveva studiato sodo e non si sarebbe accontentata di nulla che non fosse un trenta con o senza lode.

Quando fu di fronte al professore, tutte le sue sicurezze andarono pian piano svanendo insieme alla sua spavalderia e le toccò accontentarsi di un 28, che non era il massimo, ma era sempre comunque un ottimo risultato.

Rimase qualche secondo a pensare se accettarlo o riprovarci, ma alla fine decise per la prima scelta. Era un esame ostico e non le sarebbe convenuto perderci altri giorni di studio, meglio concentrarsi a finire la tesi.

Salutato il professore, uscì e andò a mangiare un piatto caldo al self service che si trovava proprio nei pressi dell’università. Dopodiché fece una passeggiata per il centro, Firenze non la stancava mai, avrebbe passato ore a spasso fra i monumenti, ma aveva il treno da riprendere, quindi si avviò verso la stazione.

Arrivò con un anticipo di quindici minuti sulla partenza, ma andò comunque a sedersi nello scompartimento che le parve più tranquillo.

Una volta sistemata e rilassata le venne da pensare a Sam, in tutto ciò che le aveva detto c’era qualcosa che non tornava: perché non frequentava regolarmente? Cos’era l’altro impegno che gli impediva di frequentare e perché si teneva sempre fisso quel berretto in testa anche quando dentro il treno c’era tanto caldo? Cosa doveva nascondere?

“Sicuramente non è un cattivo ragazzo, perché altrimenti non mi avrebbe soccorsa, ma ha qualcosa da nascondere”, pensò. In quello stesso momento Sam si presentò davanti a lei, quasi come un’apparizione.

“Posso sedermi?”, le domandò.

“Mio Dio, Sam, mi hai spaventata! Certo che puoi sederti!”, Francesca lo vide molto stanco, i suoi occhi non avevano la stessa lucentezza del mattino, ma il suo sorriso era sempre dolcissimo.

“Sam stai bene?”, domandò.

Lui annuì anche se era tutt’altro che la verità. Stava malissimo, ma non poteva rivelarle il motivo, non voleva addossarle quel peso, la conosceva appena.

“Si, va tutto bene, non preoccuparti”, le rispose cercando di essere il più convincente possibile, poi rimasero in silenzio per tutto il resto del viaggio, finché non fu tempo, per Francesca di scendere.

“Io devo andare, spero di ritrovarti nei prossimi giorni!”

“Chi lo sa, magari si o forse no, vedremo!”, Sam rimase di nuovo molto vago e questo dispiacque alla ragazza.

Non appena il treno riprese a muoversi Sam corse al bagno, il trattamento, quello di cui non poteva parlare lo stava indebolendo.

 

 

 

3

 

Trascorsero un paio di mesi, tempo in cui Sam si fece vedere da Francesca solo in quei giorni in cui non effettuava la terapia e quindi stava un po’ meglio.

Ancora non si sentiva di dirglielo, nonostante fossero divenuti ormai amici.

Lui non voleva che il loro rapporto diventasse qualcosa di più dell’amicizia, anche se, non aveva certo il potere di evitare che accadesse.

“Forse sarebbe meglio che mi allontanassi da lei adesso che non è ancora troppo tardi”, pensò. A volte era il suo cervello a prevalere, la razionalità, la ragione, che gli imponeva di tagliare i ponti prima che fosse tardi, altre volte invece era il cuore ad avere la meglio e con il cuore, si sa, c’è poco da fare.

In quei giorni, quando non lo trovava sul treno, Francesca si scopriva a pensarlo e a preoccuparsi, senza sapere che lui, in realtà, era più vicino di quanto pensasse, ma si nascondeva perché lei non lo vedesse in certe condizioni.

Lei vedeva i suoi occhi lucenti ed il suo sorriso dolce e…forse era già più coinvolta di quanto lei stessa pensasse.

Francesca era una vera secchiona, una di quelle che il mondo fuori dai libri non sapeva nemmeno che forma avesse. Era una bella ragazza, alta slanciata, aveva i capelli castano mogano e gli occhi verdi, quelle rare volte in cui si truccava di più e indossava abiti aderenti, per strada faceva voltare chiunque a guardarla.

Poteva indossare le lenti a contatto, ma lei preferiva nascondersi dietro ai suoi occhiali, così poteva toglierli e rimetterli a suo piacimento.

 

 

 

4

 

Era arrivato il giorno più importante, quello in cui avrebbe discusso la tesi per cui si era tanto preparata. Francesca era sola, non aveva nessuno che si potesse sedere ad ascoltarla e applaudire quando la commissione le avesse conferito la laurea.

Beh, una persona c’era, che avrebbe voluto vedere seduta in quelle panche dell’aula magna. Sam! Si proprio lui.

Avrebbe voluto incontrare il suo sorriso, questo l’avrebbe tranquillizzata, ma Sam non c’era.

Non lo aveva più visto ed erano trascorsi molti giorni, non sapeva nemmeno dove poterlo rintracciare perché lui non le aveva lasciato mai il numero di telefono.

Sam era in ospedale, nel reparto oncologico.

Le sue speranze di trovare un donatore si erano infrante miseramente, poco prima che lui e Francesca si conoscessero. Adesso si stava inesorabilmente consumando come l’ultimo mozzicone di una candela.

Francesca entrò nell’aula, la commissione era tutta lì già pronta ad ascoltarla.

Dopo aver parlato per un ora abbondante il presidente le disse che poteva fermarsi, per loro era sufficiente.

“Signorina Bellandi in nome del popolo italiano io la proclamo dottoressa in architettura con la votazione di 108 su 110.

Francesca strinse la mano a tutti e le sfuggirono alcune lacrime di commozione.

Quando stava per andarsene sentì uno dei professori fare il nome di Samuel Carter.

Tornò indietro e, facendosi coraggio, chiese notizie sul ragazzo, quello che le risposero la lasciò senza fiato.

Salutò di nuovo, frettolosamente e corse a cercare il primo taxi disponibile.

“La prego, mi porti all’ospedale di Careggi, ma per favore cerchi di arrivarci il più presto possibile”.

Il tassista, visto che la ragazza era in forte stato emotivo, cercò di rassicurarla e aiutarla.

“Non si preoccupi, farò tutto ciò che è in mio potere per farla arrivare il prima possibile. Sa già dove andare, conosce l’ospedale?”, Francesca rispose con una voce così flebile che a malapena si sentiva.

“Devo andare al reparto oncologico, ma non ho idea di dove sia!”

“Si tranquillizzi, ce l’accompagno io, proprio davanti!”, lei ringraziò, poi si immerse nei pensieri. Come poteva sentirsi Sam? Qual era il suo male? Cosa stava rischiando? Queste erano le domande che martellavano senza tregua la sua mente e a cui sperava di dar presto la risposta.

In quel lasso di tempo si era così tanto assorta da non accorgersi nemmeno che il taxi si era fermato.

“Signorina, siamo arrivati, il reparto che cerca è proprio alla sua destra uscendo dalla macchina”, le disse.

“Grazie infinite, quanto le devo?”, il tassista le sorrise.

“No, niente signorina, questo è il giorno della settimana in cui faccio beneficenza e quindi le corse sono gratuite, anzi se vuole, quando ha finito mi richiami che sarò felice di riportarla indietro”, le porse il bigliettino con il suo numero di telefono.

“Non so a che ora potrò uscire, però grazie davvero è stato gentilissimo”.

Dopo aver salutato, il tassista ripartì, naturalmente si era inventato la storia della beneficenza, ma l’aveva vista in difficoltà e non aveva voluto infierire, magari quei soldi le sarebbero stati utili per mangiare o qualunque altra cosa le fosse servita.

 

 

5

 

Francesca entrò nel padiglione e cercò un infermiera a cui poter domandare informazioni, per fortuna ne trovò una che stava uscendo dall’ascensore.

“Mi scusi, sto cercando un ragazzo di nome Samuel Joshua Carter, si trova qui?”, la donna la guardò con aria severa.

“Lei chi è? La fidanzata?”, domandò.

Temendo che la rispedisse indietro Francesca confermò.

“Si sono la fidanzata”, disse con la voce tremolante e poi attese la reazione.

“Venga, la porto da lui, ma deve prepararsi perché…”, non finì la frase, non spettava a lei dirgli certe cose.

“Guardi, è in questa stanza ed è da solo”.

Francesca entrò e quello che vide la spaventò tantissimo.

Sam era molto magro, i suoi occhi avevano perso quella lucentezza che avevano e anche il suo sorriso era scomparso, al suo posto era apparsa una maschera di dolore.

Sam aveva il corpo invaso dalle metastasi di un male che si portava dietro ormai da ben tre anni.

Fino a qualche mese prima c’era stata la speranza di un trapianto e della ripresa, poi il male, improvvisamente si era accanito su di lui come una belva affamata, aggredendolo ovunque e lasciandolo devastato, in attesa solo di…andarsene.

Francesca si avvicinò e si mise seduta accanto al letto.

“Che ci fai qui? Chi ti ha detto che ero qui?”, domandò evitando di guardarla negli occhi.

“Oggi era il giorno della mia laurea, quando stavo per andarmene il professori hanno fatto il tuo nome e allora io li ho pregati di dirmi tutto ciò che sapevano su di te”.

“Non dovevano dirtelo! Non volevo che tu…!

“Che io cosa? Che sapessi della tua malattia? Perché? Perché non mi hai detto mai niente?”

“Non volevo…”, la sua voce, già esile fu interrotta da due colpi di tosse e da fitte dolorose, nonostante gli antidolorifici potenti che aveva iniettati costantemente nella flebo.

Sam riprese a parlare.

“Non volevo questo! Che tu mi vedessi, che ti affezionassi troppo a me! Non volevo farti piangere al mio stupido funerale!”

Francesca lo guardò adirata e sfogò tutta la sua rabbia.

“Qua se c’è uno stupido sei solo tu! Volevi andartene e lasciarmi senza sapere se ti avrei mai rivisto. Come pensi che mi sarei sentita, se avessi scoperto troppo tardi che te n’eri andato. Pensi che non avrei pianto sulla tua stupida tomba?”, scoppiò in un pianto tanto disperato che l’infermiera corse nella stanza a vedere cosa fosse accaduto.

“Che succede?”, domandò la donna e Francesca si scusò per la confusione fatta.

“Venga con me, le prendo un po’ d’acqua così si calma e si riprende”.

“No, la prego, voglio rimanere qua!”

“Va bene allora gliela porto qua l’acqua, ma deve calmarsi, per se e per il suo ragazzo”

Sam accennò un sorriso.

“Hai detto che sono il tuo ragazzo?”, lei arrossì.

“Si, avevo paura che non mi lasciassero passare. Capisci perché avresti dovuto dirmi tutto quando potevo ancora aiutarti. Forse avrei potuto…”

Sam non la fece finire.

“No, non avresti potuto far niente per me, quando ci siamo conosciuti era già troppo tardi, avevo saputo da poco che il mio treno sarebbe arrivato al capolinea”.

Sam fu colpito da un altra fitta di dolore, ancora più forte, si rese conto che quel giorno forse era davvero l’ultimo.

“Francesca è meglio che vai adesso…”, disse cercando di non farle capire che era giunto agli sgoccioli.

“No, Sam, io non mi muovo da qua!”

“Non voglio che tu mi veda…”, forse voleva dirla quella parola o forse no, ma qualunque cosa fosse, gli era rimasta fra le labbra trasformandosi in un sorriso.

Sam se n’era andato così, in un pomeriggio come tanti altri, dopo aver visto per l’ultima volta la ragazza che aveva iniziato ad amare, ma che aveva allontanato per non farla soffrire.

La verità era che Francesca avrebbe sofferto comunque perché si era innamorata di lui e adesso non le restava che il ricordo del suo sorriso a cui pensare, mentre piangeva al suo stupido funerale.