Completo

Cap.1  “Il giovane Atur”

In Egitto, nel 2500 ac regnava un faraone molto amato dal popolo perché era severo, ma giusto. Il suo nome era Atur II

Quello del suo regno era stato un periodo florido, poche condanne a morte, niente fame ne povertà, nemmeno gli schiavi si lamentavano perché venivano trattati quasi al pari degli uomini liberi.

Atur era salito al trono dopo la morte di suo padre, il faraone Atourak I a sua volta molto amato, e lo dimostrava il fatto che la sua tomba nella valle dei re, a differenza di altre, non era mai stata profanata.

Quando Atur era soltanto un ragazzo, il faraone e la regina si prodigarono per trovargli una moglie sana da cui avere figli in grado di proseguire la dinastia.

Un giorno, camminando per le vie di Tebe, Atur vide una giovane, molto bella, una ragazza che non aveva mai visto prima, i suoi occhi e il suo sorriso lo colpirono immediatamente. Tornato a palazzo, il giovane pensò subito di parlarne con suo padre e sua madre, descrisse la ragazza con così tanti particolari che a loro sembrò di averla proprio lì davanti.

Dopo tutta quella descrizione così meticolosa, Atourak gli chiese come si chiamasse la ragazza, ma Atur non seppe rispondere perché non aveva avuto il coraggio di rivolgerle la parola.

Il faraone scoppiò a ridere di gusto.

” Ma come? L’hai descritta così bene, hai detto di sentirti innamorato e non  le hai chiesto il nome?”

“Padre, mi è mancato il coraggio di parlare, non volevo che lei mi giudicasse uno sfacciato!”, mentre parlava provava dentro di se una sorta di rimorso per non aver nemmeno tentato di avvicinarla.

Il faraone parlò con la moglie, in privato, di questo fatto. Loro avevano immaginato per il figlio, una moglie che fosse dal sangue nobile, poi, dato che la religione lo permetteva, lui avrebbe potuto tenersi la “popolana” tra le concubine e farne addirittura la preferita, ma la moglie doveva essere di famiglia nobile e facoltosa.

La regina suggerì al marito di mandare qualcuno di cui loro potevano fidarsi a cercare informazioni sulla ragazza “senza nome”, ovviamente di nascosto dal figlio.

Fin da subito non si rivelò un compito facile, con così poche informazioni, ma l’uomo del faraone ci riuscì in un tempo relativamente breve ed andò subito a riferirlo. Si trattava della giovane Namir, figlia del contabile di palazzo. Purtroppo non aveva nobili origini e non avrebbe potuto, in ogni caso, divenire moglie di un faraone.

Atourak mandò a chiamare il figlio per dargli la notizia, sapeva bene che gli avrebbe dato un dolore, ma non c’era altra scelta.

“Figlio devo dirti una cosa, ma temo che non ti piacerà”, esordì.

” Padre, di cosa si tratta?” chiese il ragazzo, che ancora non immaginava nulla.

“Vedi, caro Atur, quando mi parlasti di quella giovane che avevi visto e di cui non sapevi il nome, io mi sono un po’ preoccupato e ho fatto fare delle ricerche, dalle quali ho scoperto che la ragazza si chiama Namir ed è la figlia del contabile del nostro palazzo e…”, Atur, che a stento tratteneva la contentezza per ciò che aveva sentito, interruppe il padre.

“Grazie per aver fatto questa ricerca, sono contento che sia una ragazza molto vicina alla nostra famiglia!”

” Atur, mi dispiace dirtelo, ma tu non puoi sposare questa fanciulla. E’ benestante, d’accordo, ma non è di stirpe nobile, se vuoi puoi fare di lei la tua preferita, la legge lo permette, ma dovrai sposarne un altra!”

“No, ti prego, padre, io voglio lei! Oppure non diventerò mai faraone!”, disse cercando di sembrare autorevole.

“Atur, tu non puoi rifiutarti, sei l’unico figlio maschio di questa famiglia e la dinastia dovrà continuare con te, tua madre non può avere altri figli quindi devi rassegnarti! Ho già dato disposizioni perché venga iniziata la tua piramide, mentre non manca poi molto ormai al giorno in cui mi dovrai succedere!”

“Padre, ma che state dicendo? Il vostro regno durerà ancora molti e molti anni, poi io non sono pronto a diventare faraone, sono troppo giovane e inesperto! D’accordo, sposerò chiunque mi ordinerete di sposare, ma dovete assicurarmi che il vostro regno durerà ancora tanto”.

 

 

Cap. 2            La fine di Atourak

 

Anche un faraone amato come Atourak aveva i suoi nemici, e lui non ne aveva idea, ma proprio nel suo palazzo c’era chi lo voleva morto per prenderne il posto.

Il suo collaboratore più fidato, il suo braccio destro, l’uomo a cui avrebbe affidato l’intero regno in caso di bisogno, in realtà tramava da molto alle sue spalle.

Malik (questo era il suo nome) aveva pianificato da tempo tutto quanto nei minimi dettagli.

L’idea prevedeva che dovesse perire tutta quanta la famiglia, per questo aveva fatto versare il veleno di tre aspidi, nelle bevande della cena. In questo modo, non ci sarebbe stata salvezza per nessuno dei tre.

Nel palazzo di Atourak la cena era un momento solenne, il faraone invitava a partecipare a turno anche uno dei suoi collaboratori, Malik fu informato che quella sera sarebbe stato il suo turno, da un lato era soddisfatto perché avrebbe assistito al suo trionfo, dall’altro provava terrore di venire scoperto e condannato a morte.

All’ora concordata si presentò e fu invitato a sedersi, i servitori iniziarono a portare i cibi e le bevande, Atourak e la regina consumarono senza sospettare di nulla, ma ad un certo punto furono colpiti da terribili dolori all’addome e mancanza di respiro, fino a che non caddero entrambi per terra, esanimi.

Atur, che era arrivato in ritardo e aveva iniziato appena a mangiare, si precipitò a tentare di rianimare i suoi genitori, ma senza riuscirvi.

Si rese conto che il cibo non poteva essere stato perché lui stava benissimo, allora annusò le bevande e si rese conto che qualcosa non andava, ne ebbe la certezza soprattutto dopo essersi accorto che uno dei bicchieri, oltre al suo, non era stato toccato, sebbene riempito come gli altri.

Atur chiamò allora uno di quelli che avevano servito a tavola e lo interrogò.

“Avete assaggiato i piatti e le bevande prima di servirle?”

“Si, signore!”, rispose lo schiavo.

“Ed era tutto in ordine? Nessuna pietanza o bevanda avariata?”

“No signore!”, ribadì lo schiavo.

“Per favore, dimmi, chi dei collaboratori di mio padre, era invitato questa sera?”

“Si tratta di Malik!”, rispose con sicurezza.

“Grazie, mi sei stato utile, puoi andare!”

Lo schiavo si congedò.

Atur ne chiamò un altro.

“Per favore vai a cercare Malik e digli di presentarsi a me prima possibile!”

“Va bene signore, vado subitò!”

Malik si presentò poco dopo, per non destare sospetti, Atur iniziò subito con le domande.

“Malik, tu eri invitato alla cena questa sera?”

“Si signore?”

“Dimmi, allora: perché non c’eri quando io sono arrivato?”

Malik iniziò a sudare e innervosirsi, qualcosa stava andando storto e doveva mettersi al riparo dai sospetti.

“Mi ero ricordato di una cosa che dovevo assolutamente fare per il faraone, sarei tornato comunque, poi…”

“Malik. Il faraone, mio padre e la regina, mia madre, sono stati assassinati. Mi auguro che tu mi stia dicendo tutta la verità!”

“Ma si, certo signore!”, rispose sempre più nervoso.

A quel punto, Atur si ricordò del calice ancora pieno, sapeva che quello era stato il posto di Malik e volle metterlo ancora alla prova.

“Malik vedo che il tuo bicchiere è pieno, non avevi sete durante la cena?”

“Non capisco signore! Cosa vuol dire?”

“Malik, il tuo bicchiere contiene ancora tutto il vino che vi era stato versato, le pietanze erano saporite, possibile che tu non abbia avuto voglia di bere?”, lo incalzò, vedendo che stava entrando in difficoltà.

“Signore, mi perdoni, ma neanche voi avete bevuto, nemmeno voi avevate sete?”, disse tentando di togliersi dall’impiccio.

“Malik, mi sorprendi! Mi hai visto crescere e non ti ricordi che io sono allergico a qualsiasi bevanda contenente succo d’uva? Io sono arrivato in ritardo e ho a malapena fatto in  tempo ad iniziare a mangiare, prima di vedere i miei iniziare a contorcersi e poi a finire per terra senza vita, ma non avrei comunque bevuto ciò che era sul tavolo, questo ha mandato all’aria i tuoi piani, non è così?”

“Signore, può anche essere, ma potete accusarmi senza prove?”, disse allora spavaldo.

Atur prese il calice di Malik e glielo porse.

“Bevi! Se sei innocente non ti accadrà nulla!”

“Signore, non posso adesso, ciò che è accaduto mi ha profondamente scosso, sa quanto ero legato a vostro padre e…”, Atur non lo fece terminare e spazientito lo costrinse.

“Bevi! Oppure devo pensare che c’è qualche altro motivo per cui non vuoi farlo!”
L’uomo prese il calice e lo portò alla bocca, ma si guardò bene dal bere davvero. Sapeva che il veleno era stato mescolato nella brocca e che quindi se avesse bevuto sarebbe morto anche lui, “ma come potersi togliere d’impiccio?”, pensò fra se. Mentre pensava Atur lo incalzò nuovamente.

“Malik bevi oppure ti farò rinchiudere nelle prigioni del palazzo per avermi disobbedito!”

L’uomo si vide costretto a mandare giù il liquido avvelenato e dopo poche gocce anche lui iniziò ad avere gli stessi sintomi di avvelenamento. Mentre moriva tentò di pronunciare una maledizione, ma il tempo non gli bastò e cadde a terra esanime come gli altri.

Atur lo guardò contorcersi e poi morire.

“In questo modo paghi per l’assassinio del faraone, mio padre e per mia madre, che tu sia maledetto, traditore!”

Fece portare via il cadavere e ordinò che fosse gettato in pasto ai coccodrilli, cosicché la sua anima non potesse riscattarsi.

Per un egiziano credente quella era la morte peggiore e non dava diritto a una sepoltura dignitosa.

 

 

Cap. 3 Il faraone Atur II

 

Erano trascorsi dieci giorni durante i quali, la città di Tebe aveva vissuto il lutto per la morte del faraone Atourak e della regina Ashani. I loro corpi erano stati mummificati e deposti nelle rispettive tombe con tutti gli onori possibili, con moltissimi oggetti in oro e pietre preziose. I loro organi erano stati posti nei vasi canopi.

Adesso la vita doveva proseguire, adesso era tempo che Atur diventasse faraone dell’alto e basso Egitto, ma in seguito a tutti gli avvenimenti, non aveva ancora preso moglie, non c’era stato il tempo, per i suoi genitori, di completare la ricerca della sposa adatta.

Atur decise di rivedere la ragazza di cui si era innamorato a prima vista; chiamò due dei suoi servitori e ordinò loro di andarla a prendere.

Non appena gli fu davanti, pensò che fosse ancora più bella della prima volta.

“Ragazza avvicinati per favore!”, le disse e lei si avvicinò impaurita.

“Non temere, non voglio farti alcun male! Ti prego dimmi come ti chiami!”

Lei prese un briciolo di coraggio e iniziò a parlare.

” Mi chiamo Namir, signore”.

“Sei figlia del contabile di palazzo, vero?”, le domandò allora.

“No, mio signore, il contabile e sua moglie mi hanno allevata come fossi figlia loro, ma in realtà i miei genitori sono altri e io non so chi siano. Ho solo questo medaglione, che portavo quando mi hanno trovata davanti alla loro porta di casa. Dei miei veri genitori mi resta soltanto questo e spero che voi non vogliate portarmelo via!”, Atur le sorrise.

“Ma no, che dici! Non mi permetterei mai di farti questo torto, io vorrei solo…”

“Solo cosa, mio signore?”

“Vorrei solo che diventassi mia moglie e la mia regina!”

“Ma, mio signore, la legge è chiara, io non posso. Non sono nobile!”, rispose dispiaciuta.

“Mia dolce Namir, la legge dice che io devo sposare una nobile, tu dici di non esserlo, ma questo medaglione che porti racconta un altra storia. Per me tu sei nobile, solo che non sapevi di esserlo, faremo delle ricerche e vedrai che scopriremo da dove provieni. Quindi adesso vuoi rendermi felice diventando mia moglie?”

“Mio signore, ne sono onorata e accetto con gioia, vi amerò con tutto il cuore e vi donerò una discendenza sana e forte!”.

Il matrimonio fu celebrato circa quindici giorni più tardi e nella stessa cerimonia Atur e Namir furono proclamati: faraone e regina dell’alto e basso Egitto.

Malik e i suoi complotti erano ormai alle spalle, nessuno avrebbe interferito ancora.

 

 

Cap. 4 La nascita di Cleotassis

 

Dopo sei mesi dalla proclamazione a faraone e dal matrimonio con Namir, il regno di Atur era fiorente e le finanze non mancavano, così decise di far costruire dei templi in onore di Osiride Iside e Orus, incontrando ancora di più il favore del suo popolo.

Nel frattempo il suo amore verso la regina era andato aumentando giorno dopo giorno. Ancora non avevano scoperto la provenienza del medaglione, ma c’era un fatto molto più importante adesso. Namir, dopo giorni in cui non era stata bene, aveva scoperto di aspettare il loro primo figlio.

La regina era preoccupata, se fosse nata una femmina forse il faraone ne sarebbe rimasto deluso. Per tutta la gravidanza, che per altro trascorse senza particolari problemi, sperò che il nascituro fosse un maschio forte e in grado di proseguire la dinastia.

Gli dei però, avevano voluto diversamente e quella che nacque dopo un lungo travaglio, fu una splendida bambina.

“Atur mi dispiace tanto!”, gli disse, mentre teneva la piccola in braccio, “ti capirei se decidessi di lasciarmi!”

“Namir, ma che stai dicendo?”, rispose prendendole la mano. “Amo te e questa bellissima bimba, ma come possiamo chiamarla?”

“Veramente non sei arrabbiato perché non ti ho dato un maschio?”

“Non posso negare che mi avrebbe fatto piacere, ma avremo altri figli e la discendenza proseguirà! Che ne pensi di chiamare questa piccola principessa, Cleotassis?”

“Atur, è un  nome bellissimo!”, rispose.

“Allora è deciso, benvenuta fra noi, principessa Cleotassis!”, la baciò in fronte e diede un bacio a sua moglie, dopodiché la lasciò riposare, il parto le aveva tolto molte energie.

 

 

Cap. 5 Il ciondolo d’oro

 

Cleotassis adorava perlustrare in lungo e largo il grande palazzo in cui abitava, ogni giorno andava alla ricerca di passaggi segreti o porte magiche. Atur e Namir la lasciavano fare, era diventata una allegra e intraprendente ragazzina di tredici anni.

Il paese aveva attraversato un periodo negativo, c’era stata una carestia e il Nilo non aveva certo reso le cose facili ai contadini, il poco limo depositato non era bastato per le coltivazioni e molte famiglie non avevano di che vivere e sfamarsi.

Si era fatto avanti chi diceva di avere la soluzione ai problemi, cercando di mettere in cattiva luce il faraone; all’inizio il popolo non gli aveva dato alcun credito, ma dato che le cose non andavano migliorando, i primi dubbi avevano iniziato ad insinuarsi ed il trono di Atur a scricchiolare.

Dopo Malik, un nuovo consigliere si era stabilito a palazzo ed aveva consigliato di costruire un nuovo tempio votivo per placare l’ira degli dei, perché forse questo era il motivo del poco limo depositato e della conseguente carestia.

Atur lo ascoltò e diede ordine di costruire un nuovo tempio, ancora più imponente e maestoso, con statue e sfingi, ma non poteva immaginare che la causa non era l’ira di Osiride o Orus, ma un veleno gettato nelle acque del fiume per impedire la formazione del limo e rendere così i terreni aridi e incoltivabili.

Atur era un buon re, forse troppo ingenuo, così ingenuo da non accorgersi che anche l’attuale consigliere, in realtà era un traditore come e peggio di Malik.

Adali, (si chiamava così), si era messo d’accordo con un re Ittita per detronizzare Atur e consegnare il paese al nemico.

Namir, in tutto questo tempo, dopo varie ricerche, aveva scoperto l’origine del ciondolo, una storia che mai si sarebbe aspettata di scoprire. Senza farsi scoprire, lo aveva nascosto in una teca e portato in un sotterraneo del palazzo, dove, ne era certa, nessuno lo avrebbe cercato mai.

Per fare in modo che, in caso di invasione nemica, nessuno lo rubasse, aveva legato al ciondolo una maledizione fatta di indovinelli e un veleno che avrebbe ucciso qualunque uomo, non puro di cuore, avesse provato ad indossarlo.

Su quel ciondolo c’era inciso un sole, Namir lo aveva fin da quando era piccola. Non glielo avevano donato i suoi, lo aveva trovato in una grotta sconosciuta, un giorno mentre esplorava, proprio come adesso amava fare sua figlia.

Lo aveva indossato superando degli enigmi, questo poteva voler dire solo una cosa: era nobile e chi l’aveva cresciuta non era veramente la sua famiglia.

 

 

Cap. 6 Il passaggio segreto

 

Il palazzo reale di Tebe era veramente immenso, una bambina ancora piccola come Cleotassis poteva anche perdersi fra le varie stanze, ma lei non aveva paura di nulla…o quasi.

Amava troppo andarsene in giro ad esplorare, piuttosto che starsene a giocare in una sola stanza.

Da tutta la mattina girava senza aver trovato nulla di interessante, quando ad un certo punto vide una porta seminascosta, non aveva la fattura classica di una porta, sembrava proprio un passaggio segreto. Cleo si guardò intorno per controllare che non vi fosse nessuno, provò a bussare e poi aprì girando la piccola maniglia. La porta dava su delle scale, ma era molto buio e non si vedeva niente al di là del terzo o quarto scalino. Decise di prendere una torcia e poi iniziò a scendere, dopo aver richiuso la porta dietro di sé.

Man mano che scendeva, il buio si faceva sempre più fitto e la piccola torcia, non riusciva ad illuminare che un piccolo spazio intorno alla ragazzina.

Cleotassis continuò a scendere, nonostante una vocina dentro le dicesse di tornare su a gran velocità, la paura la stava per sopraffare, ma decise di essere forte ed andare avanti.

Dopo vari scalini, di cui aveva praticamente perso il conto, e molte curve, arrivò davanti ad un altra porta. Dopo aver provato inutilmente ad aprirla, si rese conto che c’erano dei geroglifici incisi sopra, una specie di indovinello a cui avrebbe dovuto rispondere per poter entrare.

“DA QUI PASSERAI SOLO SE LA VERITA’ TU MI DIRAI: DIMMI QUANTI ANNI HAI!”

Cleotassis tracciò la risposta e la porta si aprì.

Nulla poteva far pensare a quello che avrebbe trovato al di là di quella porta, una meraviglia, una stanza coperta da tanto oro che nemmeno la torcia serviva più. Al centro vi era un altare con una teca trasparente sopra, dentro la teca, incastonato in una pietra, c’era un ciondolo con un medaglione.

Di fronte alla teca si leggeva un altra iscrizione, un altro indovinello.

“SEI ARRIVATA DA ME E POTERE TI DARO’, MA PRIMA VOGLIO SCOPRIRE SE DI TE MI POSSO FIDARE!”

Una scarica elettrica colpì Cleotassis precisamente nel cuore e lei cadde svenuta, quasi morta. Trascorse un lasso di tempo, pochi minuti, mezz’ora, forse addirittura un ora, poi una voce femminile iniziò a chiamare il suo nome.

”  Cleotassis! Cleotassis! Svegliati adesso!”

Cleo si destò, era stordita e non sapeva rendersi conto se fosse viva o morta, sentì la voce e le rispose.

“Chi sei? Da dove stai parlando, io non ti vedo!”

La voce rispose: “non è importante che tu mi veda, ma che tu mi senta bene, si. Devo dirti una cosa importante, Cleotassis, quindi ascoltami molto bene!”, la ragazzina si mise seduta su una specie di muretto e poi rispose di nuovo alla voce.

“Va bene, ti ascolto, parla!”

La voce ricominciò a parlare.

“Io sono la dea del tempo e posso donarti un potere, quello di viaggiare negli anni. Non devi aver paura, non ti accadrà nulla di male, ma devi indossare il ciondolo e non separartene mai per nessun motivo!”

Dopo aver ascoltato quelle parole, Cleo rimase qualche minuto in silenzio a pensare, poi fece di nuovo una domanda.

“Ma se io vado avanti nel tempo, come farò poi a tornare dalla mia famiglia? Se non mi vedranno tornare si preoccuperanno tantissimo!”

La ragazzina non sapeva che quella voce nascondesse un segreto e che in realtà fosse di una persona, a lei,  molto vicina.

Era confusa e non sapeva cosa fare, come comportarsi. L’unica cosa che desiderava era di non dare un dispiacere a sua madre.

Sentendola insicura, la voce le dette coraggio per proseguire.

“Vai, Cleo, non ti preoccupare, quando avrai indossato il medaglione, mettici una mano sopra e lui ti porterà dove il tuo cuore desidera andare. Potrai farlo ogni volta che vorrai, ma ogni volta che viaggerai nel tempo, la tua età cambierà e…”, la ragazzina la interruppe.

“Un momento! Allora potrò farlo ben poche volte!”

“No, Cleo, il medaglione ti donerà l’immortalità, fintanto che lo terrai indosso, ecco perché è fondamentale che tu non lo tolga mai! Ci sarà chi tenterà di rubartelo, dovrai stare molto attenta, ma, se questo dovesse accadere, chi lo indosserà morirà entro pochi secondi, a causa del veleno che il medaglione contiene, e tu avrai cinque minuti per recuperarlo e indossarlo di nuovo. Bada bene, Cleo, solo cinque minuti! Se ne trascorrerà uno solo di più, anche per te non ci sarà più salvezza perché il tuo corpo invecchierà velocemente fino alla morte!”

Cleotassis era sempre più spaventata, ma sentiva che della voce poteva fidarsi e che aveva qualcosa di familiare, prese il medaglione dalla teca e lo indossò, poi fece un ultima domanda alla dea del tempo: “posso andare solo avanti oppure posso tornare anche indietro?”

La dea fece un attimo di pausa e poi rispose.

“Cleo, perché vuoi tornare indietro?”

“Perché se nel futuro trovassi dei pericoli per i miei genitori potrei tornare ad avvertirli, se mia madre si ammalasse potrei andare nel futuro, cercare una cura e poi tornare a guarirla!”

“Cleo, ascoltami bene: potrai viaggiare nel tempo, ma non ti sarà permesso di alterare il corso degli eventi, quindi, qualunque cosa dovesse succedere tu dovrai lasciarla accadere, anche se riguardasse la tua famiglia!”

L’ultimo ammonimento le mise addosso altre paure, ma decise comunque di fidarsi e tenere il medaglione.

Stava quasi per andarsene quando la voce la chiamò di nuovo.

” Cleo, dove stai andando?”

“Torno da mia madre, è trascorso molto tempo e si starà preoccupando!”

“No, tranquilla, tua madre non ti sta cercando. Usa il medaglione adesso!”

La ragazzina iniziò ad essere sospettosa.

“Perché hai tanta fretta che io lo usi? Dimmelo altrimenti lo rimetterò a posto, anche se questo significasse morire!”

“Bambina, mi spiace ma non posso dirtelo, devi fidarti di me, per favore Cleo, fidati, non farei mai nulla che ti facesse soffrire! Fai il primo viaggio!”

“Va bene, mi hai convinta, lo farò, ma poi tornerò subito qui e dovrai darmi delle spiegazioni!”, rispose decisa.

“E sia! Ti aspetterò qui, dove mi hai trovata!”, rispose la voce, sentendosi in colpa.

Cleo toccò il cuore del medaglione e sparì in un vortice creatosi intorno a lei.

“Addio Cleo, scusa se ti ho mentito, ma non avrei mai voluto che tu assistessi a ciò che accadrà, tra poco, ai tuoi genitori! Lo so, tornerai e ti arrabbierai molto perché non troverai più nulla di familiare, ma poi proseguirai nel tuo viaggio!”, la voce pronunciò queste ultime parole.

Cap. 7 Metethos, il nemico.

Quello che la ragazzina non doveva vedere era la morte violenta di suo padre e sua madre per opera del tiranno re delle terre vicine, che più volte aveva cercato di sconfiggere Atur e impossessarsi del suo palazzo e dei suoi possedimenti e questa volta era riuscito nel suo intento.
Atur era stato ucciso subito, mentre Namir era riuscita a nascondersi quel tanto che bastava per poter aiutare Cleotassis, che era nei sotterranei, e quindi non sospettava assolutamente niente di ciò che stava accadendo, a trovare il medaglione e salvarsi e questo le era costato una morte atroce. Una morte che per nulla al mondo sua figlia avrebbe dovuto vedere.
Il nemico si era insediato dopo aver ucciso tutti quelli che avrebbero potuto mettergli il bastone fra le ruote, ormai del fiorente palazzo di Atur c’era rimasto ben poco. Metethos aveva dato ordine agli uomini, tornati schiavi sotto di lui, di ricostruire tutto e che fosse ancora più imponente, aveva fatto distruggere le tombe di Atur e Namir e li aveva fatti gettare in una fossa comune. Metethos non immaginava che la loro unica figlia era riuscita a salvarsi dal massacro.

Cap. 8 Il primo viaggio

Cleotassis aveva messo la mano al centro del medaglione, come le aveva detto sua madre. Improvvisamente si era sentita mancare la terra sotto ai piedi e aveva provato un senso di nausea.
“Che mi sta succedendo? Mi sembra di non avere più le gambe, anzi mi sembra di non avere più tutto il corpo!”, disse fra se spaventata. Quella sensazione durò molto di più di quanto potesse immaginare, alla fine, quando si rese conto che il viaggio era finito e che un immagine più nitida le stava apparendo di nuovo davanti agli occhi, non riuscì a trattenersi e appena i suoi piedi toccarono di nuovo saldo il terreno, si accucciò e dette di stomaco. Come prima esperienza non era stata per niente piacevole.
“Non appena mi riprendo chiamo la voce e la obbligo a riprendersi il suo medaglione!”, esclamò con rabbia.
Quando fu lucida abbastanza da rendersi conto di dove fosse, fu felice di constatare che si trovava proprio nell’esatto punto dal quale era partita.
Rimase stupita da questo, tanto che le venne il dubbio di aver realmente viaggiato in una dimensione diversa.
Si dette un pizzicotto e poi se ne lamentò.
“Allora sono ancora viva!”, ammise con gioia.
“Dea del tempo! Dea del tempo dove sei?”, nessuno le rispose.
“Dea del tempo, ti prego rispondi, dove sei?”, vedendo che non succedeva niente, Cleotassis iniziò a preoccuparsi un po’, ma continuò a chiamare la voce.
“Dea del tempo, per favore riprenditi il medaglione, non mi importa di morire ma non voglio più indossarlo!”, detto ciò se lo tolse dal collo, ma improvvisamente sentì un dolore lancinante e se lo rimise.
Dato che la voce non le rispondeva, decise di dare un occhiata in giro. Il posto era il medesimo, ma sentiva in se che qualcosa non era andato come previsto.

 

Cap. 9 Nulla è più come prima

 

Cleotassis fece un giro in tutta la grotta, cercando di scoprire cosa poteva essere successo, poi si fece coraggio e riprese la stessa scala che aveva usato per scendere in quel posto. Quando fu di nuovo nel palazzo si rese conto che nulla di ciò che ricordava corrispondeva a ciò che stava vedendo. Tutto era cambiato, le sembrava di stare in un posto del tutto nuovo, un luogo dove non aveva mai messo piede prima di quel momento. Proseguendo nella sua esplorazione, vide passare dei servitori ma non riconobbe nessuno di loro, le venne in mente di chiedere, ma ebbe paura e lasciò perdere. Le stanze erano decorate in modo del tutto diverso da come le ricordava, ma considerò che poteva essere possibile se sua madre avesse avuto l’idea di farle ridecorare. Dopo aver percorso vari corridoi, decise di recarsi nella sua stanza, o, almeno in quella che ricordava come la sua stanza. Quando vi entrò si rese conto che tutte le sue cose erano state tolte, ma come poteva essere possibile, perché sua madre e suo padre avevano cancellato ogni traccia della sua presenza? Cleo scoppiò in un pianto dirotto, ora più che mai avrebbe voluto non aver mai dato retta a quella voce, ora più che mai avrebbe voluto non essere mai scesa in quella grotta maledetta! Adesso sarebbe felice insieme ai suoi genitori.

“Chi sei?”, disse all’improvviso una voce femminile.

“Chi sei tu!”, rispose Cleo con la voce ancora alterata dal pianto.

“Io sono Alihas, figlia del re! Che ci fai nel mio palazzo? Come sei entrata?”

” Ecco io … ero andata in giro a curiosare come facevo di solito poi…(Cleotassis pensò che non fosse buona cosa rivelare il segreto del medaglione ad una persona che non conosceva) sono tornata e ho trovato tutto diverso! In questa che era la mia stanza ho trovato te!”, raccontò, cercando di essere più convincente possibile.

“Ti ripeto che questo è il mio palazzo, non il tuo e io sono la figlia del re, non tu!”, tuonò Alihas indispettita.

“Perdonami non volevo offenderti, ma posso chiedere da quanto tempo risiedi nel palazzo?”

“Ti risponderò se anche tu poi mi dirai tutto di te!”, le propose e Cleo accettò.

“Sono nata qui e adesso ho quindici anni, mio padre, Metethos conquistò questo palazzo poco prima che io nascessi, non so che fine abbiano fatto i tuoi genitori, magari saranno servi di mio padre! Tu invece, vorrei diventassi la mia schiava personale, mi sei simpatica!”

“Non sono una schiava, ti ripeto che sono figlia di un re e una regina! Mio padre é il faraone Atur e mia madre la regina Namir e io ho tredici anni…o almeno, avevo tredici anni quando ho iniziato questo viaggio!

 Non sarò tua schiava, me ne andrò e riuscirò a ritrovare mio padre e mia madre!”, disse Cleo tutto d’un fiato.

“Contenta te! Ma ricordati che prima o poi ti costringerò a diventare mia schiava, adesso non mi servi, ne ho già a sufficienza!”

 

Cap. 10 Il ritorno

 

Cleotassis uscì dalla stanza della ragazza e tornò nel sotterraneo da dove era venuta, doveva, a tutti i costi, capire come ritrovare i suoi genitori. Strinse il medaglione fra le mani e desiderò di fare un altro viaggio. Sapeva bene che la voce le aveva detto di non tornare mai indietro, ma lei cercò in tutti i modi di tornare al giorno in cui tutto era cominciato.

Anche questo viaggio, come il precedente, la lasciò momentaneamente stordita e con la nausea. Quando si riprese le sembrò di essere riuscita nel suo scopo.

“Voce? Voce rispondimi!”, gridò.

“Chi parla?”

“Voce, sono io, mi conosci bene, lo sai chi sono!”

“Cleotassis?”

“Sì, sono io, sono tornata indietro, ne ho abbastanza di questi viaggi del tempo, voglio che tu riprenda il medaglione, voglio tornare dai miei genitori!”

“Non puoi! Lo sai bene, ormai l’hai indossato e se te lo togli ti cadranno addosso tutti gli anni insieme e morirai!”, la redarguì la voce.

“Non credo proprio che andrà così. E’ vero, può essere che mi ritroverò più vecchia, ma ho fatto un solo viaggio e gli anni trascorsi non sono tanti, quindi non morirò, posso togliermelo quando voglio!”

“No, non importa, puoi anche tenerlo non succederà più nulla te lo assicuro, il suo potere si è esaurito”.

“Che significa che si è esaurito? Adesso mi siedo qua e dovrai raccontarmi tutta quanta la verità!”, Cleo era determinata a scoprire tutto, non sarebbe andata da nessun altra parte e non avrebbe fatto nient’altro ordinato da quella voce, se prima non le avesse detto tutto.

La voce sospirò, sapeva bene con chi aveva a che fare.

“Ascoltami bene: su quel medaglione che stai indossando, c’era stato fatto un incantesimo, poteva far viaggiare nel tempo la persona che lo avesse indossato, per un numero infinito di volte, a patto che andasse sempre avanti e non se lo togliesse mai. Il medaglione, inoltre, era in grado di rendere la persona, temporaneamente immortale. Significa che fintanto che lo avesse avuto addosso niente lo avrebbe ucciso, ma se per caso se lo fosse tolto o se qualcuno glielo avesse strappato di dosso, avrebbe avuto solo una manciata di minuti per indossarlo di nuovo prima di morire sotto il peso di tutti gli anni accumulati”.

“Voce, tutte queste cose già le sapevo, ma tu mi hai detto che il suo potere si è esaurito, perché si sarebbe esaurito?”

“Perché c’è una cosa che non ti avevo rivelato, o meglio, su cui avevo mentito: ti avevo detto che non saresti potuta tornare indietro, mai…” ,Cleo la interruppe.

“Come vedi sono tornata invece, sono qui! Spiegami!”

“Il motivo per cui sei tornata è che c’era un unica possibilità di farlo, ma se lo avessi fatto, tutta la magia del medaglione sarebbe svanita in una sola volta, compresa l’immortalità, per questo, prima ti ho detto di non toglierlo. Anche se era esaurita la protezione, fintanto che lo avessi indossato non sarebbe accaduto nulla, ma non immaginavo che tu lo avessi usato una sola volta!”

“Allora adesso posso anche toglierlo”, disse accennando il gesto.

“No, ti prego, ti sta così bene!”, stava mentendo di nuovo, ma per il suo bene.

“Voce adesso manca l’ultima cosa, devi dirmi chi sei!”

“Certo, bambina mia, te lo dirò!”, rispose.

“Bambina mia? Voce, io ho già una madre e voglio ritrovarla! Sono tornata indietro solo per questo motivo, per riabbracciare mia madre!”

Cleotassis non si era accorta della figura femminile che si stava piano piano avvicinando a lei.

“Cleo, bambina mia, eccomi! Puoi abbracciarmi!”

“Mamma? Sei tu la voce che mi ha guidato?”

“Si sono io!”

“Ma perché hai voluto che mi allontanassi?”, le domandò, piangendo.

“Perché stavi per correre un grave pericolo, non volevo che quell’invasore uccidesse anche te, come è successo a…”, Namir non riusciva più a parlare.

“A mio padre vuoi dire? Mio padre è morto?”

“Sì, piccola, mi dispiace tanto, non ho potuto fare niente per salvarlo e tu sei in pericolo, devi andare via di qui!”, la pregò sua madre.

“No, mamma io non me ne vado, non senza di te!”

“Non possiamo, il medaglione può salvare una sola persona e devi essere tu!”, Cleo non riusciva a capire.

“Mamma, ma il medaglione non ha più poteri, me lo hai detto prima!”

“Lo so! Cleo per favore resta dietro di me!”

“Mamma, ma che sta succedendo?”

Namir si era accorta di un altra presenza nella grotta, doveva fare qualcosa per salvare la figlia, si era lasciata l’ultimo segreto del medaglione per poterla salvare.

“L’uomo si avvicinò gridando.

“Adesso uccido anche te così il regno sarà mio!”

Mentre stava per trafiggere Namir, lei fece appena in tempo a pronunciare una frase toccando il medaglione al collo della ragazzina.

“Il cerchio si chiuda!”, Namir sentì la spada dell’uomo trapassarle il ventre, sentì il sangue uscire, le gambe perdere consistenza. Cadde a terra e l’ultima cosa che vide fu sua figlia svanire in un vortice. L’uomo la colpì ancora due volte e lei morì, con l’ultimo grido rimasto fra le labbra.

Cleo non poté fare nulla, se non vedere sua madre morire in quel modo. Era furibonda con lei perché le aveva mentito di nuovo, ma alla fine lo aveva fatto per salvarle la vita per la seconda volta.

Voleva vendicarsi, voleva che chi le aveva ucciso i genitori, provasse lo stesso dolore mentre moriva, ma sapeva bene che sua madre non ne sarebbe stata orgogliosa.

 

 

Cap. 11 Il viaggio è finito

 

“Professoressa, come è finita la storia della ragazzina Cleotassis? Ieri è suonata la campanella e non ha terminato la storia!”, domandò Ginevra, studentessa della III A.

“Ve lo racconto più tardi, adesso dovete fare il compito in classe!”, rispose, portandosi una mano al collo.

Mentre i ragazzi andavano, via via, consegnando i fogli sulla cattedra, Ginevra si avvicinò a lei.

“Professoressa, il medaglione che ha al collo somiglia molto a quello della storia che deve finire di raccontarci, vogliamo sapere cosa ha fatto alla fine Cleotassis!”

“Beh, diciamo che alla fine si è fermata, non ha più viaggiato, si è sposata e ha tramandato il suo medaglione!”, Ginevra la guardò con occhi sgranati.

“Quindi lei è una sua discendente e quello è veramente il suo medaglione?”

“In un certo senso…”, la campanella suonò di nuovo e i ragazzi uscirono dalla classe, lei chiuse la porta, si avvicinò alla finestra aperta e prese il medaglione fra le mani.

“Adesso il mio viaggio è finito!”, si tolse il medaglione dal collo e piano piano lei si trasformò in polvere che il vento disperse nell’aria.