Buon pomeriggio amici e follower, ho scritto questo racconto molto tempo fa, direi un certo numero di anni, quindi prima di poterlo proporre alla vostra attenzione ho dovuto rivederlo attentamente. Ovviamente, anche se ambientato nel tempo delle deportazioni e dei campi di concentramento, è puramente di fantasia.

Ho voluto provare a descrivere questa situazione, ma mai, per nessuna ragione al mondo, ho la presunzione di sapere che cosa hanno veramente provato, le persone che sono state in quei posti e che per qualche miracolo sono sopravvissute, così come non immagino nemmeno, realmente, cosa deve aver provato chi è finito nelle famigerate camere a gas.

Ho provato a trattare l’argomento usando guanti bianchi e spero di esserci riuscita senza mancare di rispetto a tutte quelle persone.

Spero di esserci riuscita.

 

 

Cap I

 

 22 dicembre 1944.

 

      Il convoglio dei deportati per il campo di concentramento di Buchenwald sarebbe partito entro pochi minuti, migliaia di anime ammassate come bestie, che come unico peccato avevano la stella gialla di Davide cucita sul petto.

Ebrei, solo questo erano e per questo il Fuhrer li mandava a morire.

Mario e Soledad Guzmann e il loro unico figlio Pato erano stati condotti lì per ultimi dalle SS e stavano montando sul treno sotto i colpi di bastone dei soldati tedeschi. Si proteggevano uno con l’altro ed entrambi provavano a proteggere Pato, con il suo vecchio pallone ricucito sempre vicino a lui. Non se ne separava mai, si può quasi dire che i due fossero un corpo unico e quando uno dei soldati tentò di sottrarglielo lui lo strinse sempre più a se.

La guardia indispettita da quella resistenza così tenace imbracciò il fucile a mitraglietta deciso a fargli pagare subito quell’affronto, nonostante fosse solo un ragazzino di appena 15 anni.

Il treno iniziò a muoversi e questo salvò una prima volta la vita al giovane Pato, il viaggio era lungo da percorrere, lungo abbastanza da permettergli di chiudere gli occhi e sognare di nuovo le sue corse in Argentina.

 

Cap. II

 

      Mario e Soledad erano emigrati a Buenos Aires dalla città di Francoforte, dove avevano un’attività abbastanza fiorente, quando in Germania erano cominciate le prime discriminazioni gravi verso gli ebrei.

Purtroppo con le leggi razziali emesse da Hitler le cose si erano fatte di colpo difficili, i clienti si erano sempre più dimezzati fino a sparire del tutto.

Sole aveva perso la loro prima figlia a causa di una infezione contratta in gravidanza. Quando, due anni più tardi, era rimasta di nuovo incinta, lei e Mario avevano considerato il fatto che far nascere il bambino in Germania non sarebbe stato prudente, così avevano chiuso l’attività, avevano raccolto i loro pochi averi e avevano comprato il biglietto per Buenos Aires.

Il viaggio in nave era durato moltissimi giorni, durante i quali la povera Sole aveva contratto di nuovo una infezione, rischiando di perdere anche il secondo figlio. Per fortuna sulla nave aveva conosciuto un bravissimo medico, che si era preso cura di lei fino alla fine della traversata e qualche giorno prima dell’approdo nel porto, l’aveva aiutata a partorire.

Mario vendeva carne di qualità eccellente ed era un macellaio abile. Sole lo aveva sempre aiutato, ma da quando era nato il piccolo era dovuta rimanere a casa per badare a lui e crescerlo.

Così era stato per ben 13 anni durante i quali Pato era cresciuto correndo e giocando sempre con quel pallone. Era già diventato un campioncino, alto biondo, la corporatura perfetta per un attaccante, ma data la sua età non poteva entrare nelle squadre locali. f

Frequentava una scuola pubblica, dove si era fatto moltissimi amici che come lui amavano il calcio e, praticamente ogni giorno, si ritrovavano in un campetto vicino casa a giocare fino all’imbrunire. Ogni volta la povera Sole doveva gridare più volte per convincerlo a tornare a cena, e quando arrivava era costretta a tuffarlo nella vasca da bagno e lavarlo da capo a piedi, prima di farlo sedere a tavola,per le condizioni in cui era.

Tutto questo era durato fino all’anno in cui Pato avrebbe dovuto frequentare un collegio privato, dove  avrebbe fatto parte della prima squadra di calcio vera della sua vita.

Sfortuna aveva voluto che un giorno, un distaccamento di polizia tedesca, che si trovava lì per altri motivi lo aveva visto allenarsi nel campo vicino a casa.

Anche se a Buenos Aires non erano costretti a indossare abiti riportanti la stella di Davide, le guardie avevano deciso di controllare e lo avevano fatto per mezzo del registro scolastico. Da quei controlli era emerso il suo nome, il cognome ebreo e l’identità dei suo genitori. Dopo aver trasmesso  le informazioni al quartier generale tedesco, avevano ricevuto l’ordine, dal Fuhrer stesso, di ricondurli in Germania come prigionieri.

 

Cap. III

 

         Il treno non si era ancora fermato e Pato stava ancora sognando la sua vita felice in Argentina, quando due guardie passarono fra i gruppi di persone dando botte e colpi a chi si era addormentato, per farlo svegliare di nuovo, dopo pochi km apparve il cartello con su scritto CAMPO DI DETENZIONE DI BUCHENWALD.

I prigionieri furono fatti scendere, uno dopo l’altro con l’ausilio del calcio del fucile, usato a mo’ di bastone. Quelli troppo lenti nei movimenti li avevano uccisi sul posto, creando urla e scompiglio, poi avevano minacciato il resto dei prigionieri, della stessa fine.

Quando anche l’ultimo prigioniero fu fuori in fila i sacrificati erano in numero di circa dieci. I soldati li presero uno ad uno e li portarono in una fossa scavata lungo il perimetro della recinzione spinata dove presumibilmente erano finiti anche altri sfortunati prima di loro.

La fila fu divisa in maschi e femmine, Pato fu assegnato al padre e non gli fu dato nemmeno il tempo di salutare la madre, lui non sapeva che quella sarebbe stata l’ultima volta che l’avrebbe vista.

Dopo averli privati di tutto e aver consegnato loro le divise con il numero di riconoscimento vennero mandati nelle caserme dormitorio.

Pato pensava al momento in cui gli avrebbero tolto la cosa a cui teneva di più, il suo pallone malconcio e ricucito. Temeva quel momento, ne aveva il terrore, perché pensava che senza il suo pallone non sarebbe sopravvissuto a lungo, ma anche per quella volta, con sua sopresa, glielo avevano lasciato. La guarda che gli aveva permesso di tenerlo, lo osservò per tutto il giorno e anche per quelli seguenti.

Tutto lì era proibito, il mangiare era poco, spesso vecchio, il pane era il più delle volte ammuffito, molti prigionieri si sentivano male dopo aver consumato quella roba, Mario, comunque, rinunciava più volte alla sua razione pur di darla al figlio. Le malattie per le scarse condizioni igieniche si portavano via giorno dopo giorno decine di prigionieri che puntualmente finivano nella fossa.

Pato passava i momenti di breve libertà fra un ordine e l’altro, a palleggiare ed esercitarsi.

Quando dall’altoparlante usciva perentoria la frase: “ALLE  DOCCE!” seguita dai numeri di matricola, la disperazione e la tensione si potevano leggere sui volti dei prigionieri perché quando toccava non c’era ritorno.

 

Cap. IV

 

 

       Soledad Guzmann, matricola numero 18550, il suo numero era stato annunciato all’altoparlante il giorno seguente l’arrivo al campo di concentramento.

Bionda, occhi chiari, strano per una donna ebrea. Difatti non lo era.

Soledad Schwarz era il suo nome da ragazza. Tedesca, di padre tedesco cattolico, si era innamorata di Mario al primo sguardo, una volta che, non sapendo cosa fare, era andata a fare la spesa,  insieme alla governante (ebrea), nella macelleria di famiglia dei Guzmann. Mario a quel tempo era il garzone di bottega dei suoi genitori.

Si erano notati a vicenda e quello sguardo era rimasto impresso nell’animo di entrambi.

La governante di Sole, (Sole, Sonne, perché in famiglia veniva chiamata con il nome tedesco, negli anni in argentina si era trasformato in Soledad), si era accorta della cosa e appena fuori del negozio aveva fatto un lungo discorso alla ragazza, quasi maggiorenne, per quanto riguardava le regole di frequentazione fra tedeschi cattolici ed ebrei.

Non esisteva che una ragazza di buona famiglia tedesca cattolica potesse parlare e ancor peggio frequentare un uomo di famiglia ebraica, ma a lei delle regole  e di Hitler non importava nulla, si era innamorata di Mario al primo sguardo e se frequentarlo voleva dire chiudere i ponti con la famiglia e diventare ebrea ebbene lei lo avrebbe fatto.

Soledad e Mario si erano sposati un anno dopo e  a sposarli era stato il rabbino della sinagoga di appartenenza di lui.

Solo la vecchia governante era stata presente alle nozze, il padre e la madre avevano deciso di tagliare ogni rapporto con la figlia,  per questo, al momento dell’arresto nessuno sapeva delle reali origini della ragazza.

Sole era morta così, ad appena 36 anni, senza più rivedere né Pato né suo marito Mario e finendo là, come tutti gli altri, in quella buca fredda e anonima, come anonima era la loro divisa a strisce.

 

Cap V

 

        Erano passati molti mesi dal loro arrivo a Buchenwald. Il sole era spuntato, facendo capolino dalle fessure della porta di legno. Mario a volte si sentiva in colpa per la sorte che stava capitando a suo figlio, lo vedeva palleggiare appena fuori la porta e pensava, con tanta malinconia, che il sogno di suo figlio non si sarebbe avverato, a causa delle loro origini.

Era il 20 giugno 1944 e faceva caldo in quei capanni che erano l’anticamera della morte, ma finché non toccava, una flebile speranza ti accarezzava il cuore e trovavi la forza di proseguire.

Quello fu un giorno strano.  Il Fuhrer si era recato nel loro campo di detenzione. Insieme a lui c’era la persona che di lì a poco sarebbe diventata la salvezza di Pato.

L’assistente del C.T della nazionale tedesca cercava giovani promesse e si era detto disponibile a valutare e prendere chiunque. Di certo sapeva che in quel posto avrebbe potuto trovare solo ebrei ma questo non rappresentava un problema.

Erano le 14.30 del pomeriggio, unico momento in cui i prigionieri avevano un’ora di tempo libero e Pato ovviamente lo impiegò per allenarsi come di consueto.

L’assistente, che stava perlustrando il campo lo notò e, senza  farsi vedere da lui, tornò dal responsabile che stava parlando con il Fuhrer a chiedere ogni tipo di informazione che lo riguardasse.

Venne a sapere che la madre era morta il giorno dopo il loro arrivo e lui era rimasto con il padre che sarebbe comunque stato il prossimo sulla lista delle docce.

Schaumann (così si chiamava l’assistente) chiese e ottenne che il ragazzo fosse affidato a lui.

Era trascorsa tutta l’ora libera e tutti erano già rientrati nei rispettivi capanni quando la voce nell’altoparlante annunciò: – I PRIGIONIERI DELLA CASERMA N° 13 TUTTI  ALLE DOCCE VELOCEMENTE! SENZA FARVELO RIPETERE!! – poi ci fu un attimo di pausa e di nuovo dall’altoparlante la voce aggiunse queste parole: –  IL PRIGIONIERO N°1420 PRIMA DELLA DOCCIA SI RECHERA’ NELLA CASERMA C. SUBITO!!

Pato incuriosito ma anche intimorito da quell’ordine rivolto solo a lui, ebbe il tempo appena di dire al padre: “ci vediamo dopo”, nel frattempo due guardie erano già pronte a prelevarlo.

Gli dissero di prendere il pallone e nient’altro poi uscirono scortandolo uno a destra e uno a sinistra.

 

 

Cap. VI

 

         In quel capannone dove lo fecero entrare non c’era nulla, solo una porta da calcio in fondo alla parete opposta.

Le guardie uscirono e lui posato il pallone a terra cominciò istintivamente a correre verso la porta, incredibilmente iniziarono a farsi avanti un avversario dopo l’altro, Pato non aveva idea da dove fossero sbucati fuori, ma li dribblò ad uno ad uno arrivando davanti al portiere.

Doveva segnare questo goal, non c’era altro da fare, anche perché questo poteva veramente rappresentare la sua unica salvezza.

Prese fiato e dopo aver stoppato la palla la calciò, questa fece una parabola e poi fini in rete alle spalle del portiere.

A quel punto un uomo si fece avanti, era l’osservatore che lo aveva visto palleggiare fuori del dormitorio.

“Mi servi ragazzo, tu verrai con me, se accetti la mia proposta qua non tornerai mai più e lo sai bene anche tu che questo equivale a salvarti la vita.”

Pato lo guardò, prese fiato e disse: “Accetto se mio padre e mia madre potranno venire con me!”

Di grinta ne aveva il ragazzo, quello che non sapeva è che purtroppo oramai era l’unico rimasto della sua famiglia.

“Mi dispiace dovertelo dire ragazzo, ma i tuoi genitori non sono più di questo mondo, non dipende da me la decisione era già stata presa e tu saresti stato il prossimo, ma io ora ti offro questa occasione:  puoi venire con me e diventare un campione rendendoli fieri di te, oppure puoi restare qui e fare la loro stessa fine, cosi sarete morti tutti e tre inutilmente.”

Pato rimase a rimuginare su quello che gli era stato detto, ripensando a tutto, ripensando al fatto che fare il calciatore era sempre stato il suo sogno fin da bambino, pensando a quante volte sua madre gli aveva ricucito quel pallone, ai sacrifici che suo padre aveva fatto per poterlo mandare in una scuola che avesse una squadra di calcio vera e ufficiale, pensò che non poteva deluderli proprio adesso, proprio ora che loro non c’erano più.

“Ok, vengo con lei, ma qua non voglio tornarci mai più!”

“E non ci tornerai, il tuo futuro e’ altrove!”

Detto ciò gli suggerì di raccogliere le sue cose velocemente che entro pochi minuti sarebbero partiti,

Pato ubbidì e si preparò poi rimase davanti alla porta ad aspettare.

L’attesa fu abbastanza più lunga di quanto gli era stato detto, tanto che aveva cominciato a preoccuparsi e a pensare che lo avessero ingannato o che avessero cambiato idea e scelto qualcun altro più grande e robusto di lui, ma alla fine Fritz Schaumann tornò e insieme se ne andarono lontano da quel posto dove comunque aveva lasciato parte del suo cuore: i suoi genitori.

Il viaggio sarebbe stato piuttosto lungo quindi gli fu detto di mettersi a riposare finché non fossero arrivati a destinazione.

 

Cap. VII

 

 21 giugno 1944

 

        Era già notte fonda quando Pato, lentamente risvegliandosi, sentì che l’autista stava fermando la macchina nel viale di un grosso palazzo. La portiera si aprì e lui dovette scendere, Schaumann scese dopo di lui e lo accompagnò dentro. Quando vide altri soldati il ragazzo si spaventò, credendo che quella fosse nient’altro che un altra prigione e che la sua sorte sarebbe stata la stessa dei genitori.

“Tu da oggi starai qua, questa è la tua nuova casa. nessuno qui ti farà del male, nessuno ti torcerà un capello, ma dovrai comportarti bene e ubbidire a tutti gli ordini, questa è un accademia militare e tu studiando potrai diventare qualcuno e praticare la tua passione, potrai allenarti quanto vuoi insieme alla squadra dell’istituto, ti verrà fornita una divisa che dovrai indossare sempre, tranne in allenamento per il quale sarai dotato di tutto il necessario.

In camera non sarai solo, sarete in tre e dovrete andare d’accordo, questo è tutto per adesso, segui il caporale che ti accompagnerà al tuo alloggio, noi ci rivedremo prossimamente, ti auguro una buona permanenza.”

Pato lo ringraziò e lo salutò dopodiché seguì il soldato che gli fece strada fino alla porta della sua stanza dormitorio.

Bussò ed entrò, i due si misero sull’attenti, erano due ragazzini come lui: Alan e Francesco.  

Il soldato ordinò loro che gli spiegassero tutto ciò che doveva sapere e poi uscì chiudendosi la porta alle spalle.

Rimasti soli, dopo un primo momento di imbarazzo, i tre iniziarono a parlare, Pato si meravigliò del fatto che anche loro parlassero la sua lingua.

Gli mostrarono il suo letto e gli dissero che ogni giorno avrebbe dovuto rifarselo alla perfezione, poi gli fecero vedere il bagno dove a turno dovevano lavarsi sistemarsi e indossare la divisa, prima dell’ispezione mattutina, ovviamente anche tutta la stanza doveva essere in ordine altrimenti ci sarebbe stata la punizione.

Erano le nove e mezzo di sera e presto avrebbero dovuto spegnere le luci e dormire, ma Pato non aveva messo nulla nello stomaco, se non la sbobba del campo di concentramento, a quell’ora purtroppo non c’era più possibilità di mangiare, ma Alan e Francesco gli cedettero volentieri una mela per uno che si erano portati su dopo la cena.

Con quei due ragazzi che non aveva mai visto prima e che erano stati con lui così gentili, strinse giorno dopo giorno un forte legame di amicizia e dalla prima volta da che era arrivato si sentì meno solo.

 

Cap. VIII

 

      La vita non era facile nemmeno lì, in quella specie di collegio, ma almeno non si sentivano prigionieri e quando erano in campo per gli allenamenti, correndo verso rete si sentivano finalmente liberi.

Pato ripensava ai suoi genitori ogni singolo giorno della sua vita, non aveva più nulla di loro, nessuna foto nessun oggetto, nulla che potesse portare sempre con sé, al campo di concentramento purtroppo le guardie tedesche toglievano tutto specialmente le cose che potevano avere valore.

A Pato rimaneva solo l’immagine dei suoi stampata nel suo cuore e la speranza che un giorno li avrebbe resi fieri di lui, per questo, nonostante la scuola militare fosse veramente dura e che le punizioni fossero veramente pesanti, lui si impegnò sempre al massimo in ogni cosa, così come si impegnò duramente sul campo di calcio insieme ai suoi compagni.

Loro tre si capivano alla perfezione e l’allenatore della squadra, Franz Becker, questo lo aveva notato da subito, ma purtroppo il posto nella nazionale era uno solo e sarebbe toccato a lui scegliere chi mandare.

Pato aveva una tecnica e una fantasia innate, ma era ancora un po’ immaturo, dal canto loro gli altri due non erano al suo livello. Bravi giocatori si, ma non campioni dal talento cristallino.

Era  veramente una decisione difficile, per fortuna c’era ancora del tempo per pensare.

Cap. IX

 

         La Germania stava quasi per assoggettare tutta l’Europa sotto il dominio del Fuhrer.

Alan, Francesco e Pato non sentivano il peso dei campi di concentramento da cui provenivano, ormai non lo sentivano più, il loro unico pensiero era giocare a calcio insieme.

Una domenica mattina invernale, era il 15 dicembre del 1944, dalla finestra filtrava un pallido sole, Pato aprì gli occhi e, dopo alcuni minuti per risvegliarsi, si accorse di essere completamente solo nella stanza, pensò allora che fosse tardi e che gli altri due fossero già scesi a far colazione per dopo allenarsi, ma stranamente non vedeva nessuno dei loro vestiti e delle loro cose in giro, allora si preparò e scese deciso ad andare a chiedere dove fossero i suoi compagni di stanza.

Fritz Schaumann era giù ad attenderlo e lui se ne meravigliò, dato che era passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che si erano visti.

Pato non attese oltre e subito chiese dove fossero Alan e Francesco, Fritz gli mise la mano sulla spalla e stava per iniziare a parlare, ma questa cosa al ragazzo non piacque.

“Cosa gli è successo? Dove sono?” Chiese di nuovo molto arrabbiato.

“Mi dispiace ragazzo che tu lo venga a sapere cosi, ma loro non ci sono più.

Probabilmente tu non te ne sei accorto perché dormivi profondamente. Durante la notte sono usciti nel cortile, non sappiamo che intenzioni avessero. Purtroppo gli ordini sono chiari: durante la notte non si può uscire dal dormitorio per nessun motivo.

Pato ripensando alla sera prima si ricordò che i suoi amici erano un po’ strani rispetto al solito, ma nulla che potesse far pensare che sarebbero usciti senza permesso.

Riferì questa cosa al suo interlocutore dicendo che se si fosse accorto li avrebbe certamente fermati

Fritz riprese a parlare: “Non sono stati uccisi volontariamente, le guardie hanno ordine di sparare a chiunque non rispetti l‘ALT e loro forse non lo hanno sentito, non se ne sono accorti e non lo hanno rispettato. E’ stato un brutto incidente e non doveva accadere, ma non si può fare più nulla adesso!”

Pato rimase un attimo in silenzio e poi disse: “Dove sono i corpi? Vi prego almeno fatemeli vedere!”

Fritz, cercando di consolarlo gli disse che erano stati portati via nella notte e che sarebbero stati seppelliti nelle loro città di origine, poi prese una pausa per cambiare discorso e disse:”Pato devo dirti una cosa importante, quella per cui in realtà sono venuto qui oggi, vieni con me che devo presentarti delle persone.”

Pato acconsentì e insieme si avviarono verso la palestra dove li attendevano tutti i componenti della nazionale tedesca.

Appena li vide rimase come impietrito per l’emozione di vedere davanti a se tutti quei campioni.

Fritz lo redarguì un attimo perché era volato con il pensiero fra le nuvole e poi gli disse:”Ecco, questa è la squadra della quale da adesso in poi farai parte anche tu, di solito non accettano ragazzi così giovani, ma ti hanno visto giocare in mezzo a loro e per te hanno fatto una eccezione.”

Pato incuriosito chiese quando lo avevano visto giocare e Fritz gli rispose:” Ti ricordi quel giorno a Buchenwald, prima che ti portassi via?”

“Erano loro?” Domandò il ragazzo rosso di vergogna! “Si erano loro!”Confermò Schaumann.

“E ci piacesti tantissimo!”, aggiunse il capitano della squadra e continuò poi: “Quindi ti diamo il benvenuto fra noi e ti anticipiamo che giocherai la tua prima partita in uno stadio vero pieno di persone molto presto.”

Pato non ci credeva, era lì sveglio, ma non ci credeva, si era anche momentaneamente dimenticato dei suoi sfortunati amici e compagni di stanza, tant’era l’emozione di quell’incontro e di quella notizia.

L’allenatore gli disse di andare a preparare la sua roba perché sarebbe andato via con loro e lui non se lo fece ripetere due volte.

Mentre faceva alla rinfusa la sua borsa, nell’alloggio che stava vedendo per l’ultima volta, pensò a quei mesi, con Alan e Francesco, al fatto che avrebbero potuto vivere insieme questo sogno, se solo non fossero stati così avventati da uscire quando era proibito.

Si sentì anche in colpa ad un certo punto, gli venne da pensare che fossero usciti per colpa sua, perché, in qualche modo, si sentivano traditi dal loro compagno di squadra.

Mentre pensava a tutto questo le lacrime gli scendevano sul viso, non aveva più pianto dal giorno in cui le guardie tedesche lo avevano separato da sua madre, ma ora, ora non ce la faceva più, doveva sfogarsi.

Franz Becker gli mise una mano sulla spalla.

“Pato ascoltami, la morte di Alan e Francesco non è stata colpa tua, casomai puoi prendertela con me! Poche ore prima gli avevo riferito che non erano stati scelti per giocare con la nazionale, erano dispiaciuti, delusi, ma non erano arrabbiati con te, anzi loro ti volevano molto bene ed erano felici. Non so veramente il perché poi abbiano deciso di uscire, contravvenendo alle regole. Tu non devi sentirti in colpa, tu sei un fuoriclasse, loro erano solo dei buoni giocatori, ottima corsa ottima ripresa ma nulla più di questo.”

“Ma come posso andare avanti sapendo che loro non avranno questa possibilità!”

“Non l’avrebbero avuta comunque, nemmeno se non fossi arrivato tu, quindi stai tranquillo e da ora in poi pensa solo al tuo avvenire, magari se vorrai potrai dedicare loro qualche goal!”

“Lo farò di certo mister e penserò anche a lei e ai miei genitori.”

“Ok Pato adesso vai ti stanno aspettando e rendimi fiero di te!”

Pato scese all’ingresso dell’accademia dove, appena fuori, lo aspettava il pullman della nazionale, salutò per l’ultima volta il suo allenatore e il suo “scopritore” e partì.

Arrivò il giorno della partita.

Lo stadio di Monaco era fitto di gente, Pato entrò dal tunnel degli spogliatoi con indosso i colori della Nazionale tedesca, insieme ai suoi compagni varcò il cancello del campo e in tutto lo stadio si sentì un ovazione enorme, ogni fila, ogni ordine di posto era occupato e sventolavano bandiere ovunque, ma al momento dell’inno il silenzio più assoluto in segno di rispetto, poi la partita iniziò.

Pato si muoveva in campo con tanta naturalezza nonostante la sua giovane età, aveva solo 16 anni, ma la classe di un campione.

Il pubblico se ne accorse e iniziò ad esultare e a gridare:”BABYGOAL BABYGOAL!” a ritmo battendo le mani, acclamavano lui, Pato Guzmann nato a  Buenos Aires, ma con il cuore tedesco.

Iniziò a correre sempre più velocemente e quando il suo compagno di squadra gli passò la palla, proprio quasi davanti al portiere, lui non ci pensò su due volte e in mezza rovesciata la piazzò in rete alle spalle del portiere.

Dalle gradinate il grido del suo nome iniziò a risuonare ancora più potente:”BABYGOAL BABYGOAL UBER ALLES BABYGOAL!!!!”

Non fu l’unico goal che segnò, la partita fin’ col risultato di 2-0 per la nazionale tedesca e Pato fu portato in trionfo da tutto il resto della squadra.

Ovunque si sentì il suo nome gridato, inneggiato, osannato.

Quando tornarono giù negli spogliatoi l’allenatore lo elogiò tantissimo e anche tutti i compagni.

 

Cap. X

 

      Dal momento che era ancora minorenne e che non aveva più nessuno, fu ospitato dalla famiglia di uno dei suoi compagni di squadra, rimase li a vivere finché non incontrò la ragazza di cui si innamorò perdutamente.

Si chiamava Elisa Schilling, era di Berlino e l’aveva conosciuta frequentando l’istituto superiore di educazione fisica, (aveva deciso di riprendere gli studi, interrotti quando insieme ai suoi era stato deportato in Germania da prigioniero), lei era una ginnasta, faceva parte della squadra di ginnastica artistica del liceo e voleva diventare atleta olimpica, aveva già disputato delle gare con ottimi risultati.

Finirono il liceo con ottimi voti nonostante gli impegni sportivi di entrambi, proseguendo la carriera sportiva decisero di non frequentare l’università.

Pato riceveva ovazioni ovunque in ogni partita, a parte qualche ammaccatura ogni tanto, ebbe la fortuna di non subire mai infortuni gravi. Elisa, invece, durante una gara importante cadde dalle parallele procurandosi una frattura alla spalla destra. Nonostante i molti tentativi di recupero, fu costretta a lasciare l’attività agonistica. Questa cosa colpì molto la ragazza, durante la riabilitazione il suo rapporto con Pato si fece difficile anche per una sorta gelosia che le era nata dentro.

Stettero qualche mese lontani uno dall’altra ma poi tornarono insieme e finalmente si sposarono in una chiesa tedesca. Pato aveva lasciato la religione ebraica e abbracciato quella cattolica ed entrambi erano divenuti ormai maggiorenni.

Quasi subito dopo il matrimonio nacque Pato Junior e dopo appena un anno arrivò la bambina a cui Pato decise di dare il nome di sua madre: Sonne ovvero Sole.

 

 

Cap. XI

 

       Pato non giocò solo con i colori della nazionale, dopo quella partita fu ingaggiato da una squadra tedesca dove rimase fino alla fine della sua carriera.

Dieci anni dopo la Germania vinse il mondiale, Pato era diventato un giovane uomo di  26 anni, era titolare fisso e aveva conquistato la fascia di capitano indiscusso della squadra.

Durante quella finale, che al 93esimo era ancora sullo 0-0, ebbe uno scontro in area con un difensore, l’arbitro indicò immediatamente il dischetto del rigore. Pato prese un grosso respiro, guardando dritto davanti a se. Calciò il pallone mandandolo  ad  infilarsi nell’angolo alto e spiazzando completamente il portiere.

Dopo pochi attimi l’arbitro emise il triplo fischio finale, la Germania era campione del mondo, ma dagli spalti si sentì ancora gridare BABY GOAL BABY GOAL UBER ALLES BABY GOAL! Proprio come dieci anni prima, proprio come il primo goal che aveva segnato con quella maglia indosso. Era cresciuto, si era sposato e aveva messo su famiglia, ma per tutti era rimasto Baby Goal: il ragazzino salvato dal campo di concentramento grazie al suo talento e a quella guardia che istintivamente gli aveva lasciato tenere il suo pallone.

Pato continuò a giocare ancora molto e quando decise di attaccare gli scarpini al chiodo divenne allenatore delle giovanili della nazionale, in cui allenò anche suo figlio Pato Junior, mentre sua figlia Sole si laureò in legge all’università di Berlino con il risultato di 110 e lode.

Aveva 90 anni quando se ne andò, tenendo fra le mani quel suo vecchio pallone, che ormai non aveva più forma, ma che per lui era stato la salvezza.

 

Simona del Buono