OMICIDIO D’UFFICIO

 

Cap. Uno

 La scena del crimine si presentò all’ispettore Giusti in tutta la sua crudezza.

Il cadavere di una donna riverso su una scrivania, tutto intorno confusione e oggetti per terra a giustificare una possibile colluttazione prima dell’omicidio.

«Ma perché, povera ragazza!», pensò fra sé.

Sul posto intanto erano già arrivati gli uomini della scientifica per fare i rilevamenti e per prendere i vari campioni da analizzare. C’erano macchie di sangue anche nell’ufficio vicino, molto probabilmente la vittima era stata sorpresa e poi aveva cercato di difendersi quanto più poteva prima di soccombere.

Ancora non era chiaro quante persone fossero presenti.

Mentre ragionava sulla possibile dinamica, il capo della scientifica lo chiamò: «Ispettore noi abbiamo finito qua, manca solo il medico legale poi potrà essere rimosso anche il corpo della ragazza».

«Va bene tenente Nesci, lei e la sua squadra potete andare resto io ad attendere la dottoressa», rispose.

Rimasto solo riguardò tutta la scena per cercare di ricostruire le azioni.

Dopo qualche minuto, la dottoressa Caroli lo sorprese con una pacca sulla spalla.

 Marco sobbalzò e si girò di scatto.

 «Ah sei tu Giulia!»,

«Ti ho spaventato eri soprappensiero?»

 «Ma no, è che non ti avevo sentito e così mi hai colto di sorpresa. Hai dato uno sguardo alla vittima?», le domandò, guardandola fissa negli occhi.

La dottoressa Caroli era una specie di ossessione per lui giacché ne era innamorato fin dal loro primo incontro.

Due problemi ostacolavano questa sua ossessione: lei era sposata, lui voleva la sua vita privata al di fuori del lavoro. Non c’era nemmeno da pensarci, ma quando incrociava i suoi occhi di un verde intenso, tutti gli intenti andavano a farsi benedire.

Non era della sua città, l’avevano trasferita lì da Torino tre anni prima.

Dopo aver guardato il cadavere e fatte le fotografie del caso, Giulia ordinò ai paramedici di caricarlo sull’ambulanza e portarlo all’ambulatorio per l’autopsia, poi si avvicinò all’ispettore.

«Non ci sono segni della presenza di un anello nuziale quindi: o non era sposata o quantomeno non lo era più. Sul corpo ho notato, oltre a varie escoriazioni e sgraffi, due profonde ferite di arma da taglio, probabilmente un tagliacarte, ma potrò essere più precisa dopo l’autopsia, sicuramente una di queste due ferite ha causato la morte per dissanguamento, io direi che l’ora del decesso risale circa alle 20.00 di ieri sera».

Marco ascoltò tutto in silenzio quasi religioso.

Considerato che ormai in quel posto non c’era più nulla da fare, fece sigillare l’ingresso, salutò la collega e se ne andò a casa.

 

Cap. Due

 

Da quando lo aveva lasciato Alessandra, la sua ex, nel suo loft  regnava il caos completo.  Anche se non voleva ammetterlo, sentiva la mancanza di qualcuno che tenesse in ordine tutto e che gli preparasse anche dei pasti caldi, l’avrebbe assunta appena possibile, ma per adesso doveva arrangiarsi da solo.

Appena rientrato posò la spesa sul tavolo e poi andò a buttarsi sul divano letto, dato che la sera prima aveva riposato male volle cercare di recuperare almeno qualche ora.

Si risvegliò di soprassalto che erano passate da poco le sette e mezzo, aveva dormito più di cinque ore senza rendersene conto, si era pure dimenticato di mangiare.

Si alzò e andò a sistemare il frigorifero lasciando fuori una birra e un panino, quella sera trasmettevano l’incontro di ritorno di coppa, quindi avrebbe cenato davanti alla tv.

Il telefono squillò, in un primo momento pensò di far finta di nulla, ma poi vide chi lo stava chiamando e rispose.

“Pronto…», lei lo anticipò.

“Volevo chiederti se ti andava di assistermi nell’esame”.

Accettò di malavoglia: perché a lui certe cose non erano mai andate a genio, ma se voleva avvicinarsi alla sua Giulia doveva accettare alcuni compromessi. Dopo aver riattaccato, consumò velocemente il suo panino. Per la partita pazienza, avrebbe guardato il risultato al ritorno.

Uscì di casa dando i consueti giri di chiave al portoncino blindato.  Il suo loft non era lontanissimo dall’ambulatorio, ma comunque troppo per andare a piedi.

L’odore che gli arrivò appena entrato, gli dette la nausea, ma cercò di far finta di nulla.

Giulia lo accolse portandogli l’occorrente da indossare nella stanza delle autopsie, per raggiungerla avrebbe dovuto superare le altre e vedere ciò che avrebbe evitato volentieri.

Entrarono. Per fortuna la “traversata nello Stige” era finita.

Sul freddo acciaio vide il corpo della ragazza nudo, senza filtri. Gli salì la nausea e gli venne voglia di scappare fuori.

Giulia accese il registratore e iniziò l’esame.

La tortura durò un ora e mezza e poi finì. La dottoressa confermò ogni supposizione fatta quella mattina: l’ora della morte e l’arma del delitto.

«Marco, c’è ancora un altra cosa. La ragazza aveva avuto anche un rapporto intimo prima di morire e…»

«E…cosa?» domandò ancora scosso.

«E’ stato volontario, chi l’ha uccisa non l’ha violentata!»

«Quindi per ora è tutto? Abbiamo finito!»

«Si, abbiamo finito, usciamo!», rispose lei, chiudendo la cella frigorifera.

«Vuoi che ti accompagni a casa, è tardi!», le disse. Sperando in un finale di serata migliore, ma Giulia rifiutò.

Marco girò la chiave nel portoncino, ancora scosso per la macabra visione.

Accese la tv e vide che la partita era finita positivamente. Almeno quella!

Non gli restò che andarsene a dormire e sperare di non avere incubi.

 

Cap. Tre

Il suono del cellulare lo svegliò, rispose con un assonnato “buongiorno”. Il tenente Nesci attese che l’ispettore fosse pronto e poi iniziò il resoconto delle analisi fatte dalla sua squadra. Aveva a malapena pronunciato la prima frase quando l’ispettore lo fermò.

«Aspetti tenente, il tempo di prepararmi e arrivo in centrale così potrà riferirmi di persona».

 Marco si vestì velocemente, poi andò giù al bar sottocasa a prendere il consueto caffè, nell’occasione dette una scorsa al giornale sportivo.

Dopo aver pagato il caffè si recò alla sede della scientifica dove lo aspettava Nesci.

«Ah eccola, ispettore, finalmente! Venga con me!», andarono nell’ufficio e il tenente iniziò a parlare.

«La ragazza si chiamava Valentina Sorbi. Aveva 36 anni, era divorziata da un anno e mezzo e non aveva figli. Viveva da sola e lavorava in quell’ ufficio come impiegata da quattro anni. Due impiegati avevano iniziato a tormentarla con le loro avance e le colleghe a nutrire gelosia nei suoi confronti.

Nauseata da quei comportamenti, si era licenziata, le mancava più solo una settimana poi ne sarebbe stata fuori.

«Forse, ad uno dei corteggiatori, la cosa non era andata giù e allora… »

“Tenente queste sono solo supposizioni! Ci vogliono fatti!”

Il cellulare di Marco squillò in quel momento.

«Giulia! Cioé, dottoressa Caroli, voglio dire. Qualcosa di nuovo?»

Mentre ascoltava le spiegazioni al telefono, fece cenno a Nesci di uscire e andare a convocare gli altri impiegati.

 

Cap. Quattro

 

Nesci fece entrare il primo dei convocati: Luigi Freddi

Marco prese in mano la scheda con i suoi dati.

 

Luigi Freddi

Anni 43

Sposato

Professione: architetto

 

«Signor Freddi cosa mi può dire di quella sera?»

«Ecco, io dovevo finire di riordinare alcune pratiche ed ero rimasto lì oltre orario, anche la mia collega era rimasta per lo stesso motivo, decidemmo di prenderci una pausa caffè e poi ci mettemmo al lavoro».

«C’era anche qualche altro collega in quel momento?», lo interruppe l’ispettore mentre l’impiegato batteva a macchina ogni parola.

«In effetti c’era un’altra persona: il geometra Aleardi, ma si era chiuso nella sua stanza e non so cosa avesse da fare».

«Va bene, mi scusi, prosegua nel suo resoconto adesso».

L’uomo riprese a parlare: «passammo insieme ancora circa un ora, ma all’ultimo avevamo smesso di lavorare e iniziato a…..Lei mi capisce vero ispettore? Facemmo l’amore ma, proprio mentre stavamo raggiungendo quel momento, sentimmo un rumore, così ci rivestimmo di volata  per paura che ci sorprendessero».

Dopo aver ascoltato tutto, l’ispettore gli rivolse un ultima domanda: « quindi, signor Freddi, lei e la vittima avevate una relazione clandestina?»

«Proprio di relazione non si può parlare, diciamo che eravamo attratti uno dall’altra e che a volte avevamo dato sfogo alla passione. Comunque, quella sera poi, io uscii poco prima di lei proprio perché non si destassero sospetti. Se può essere utile oserei dire che il geometra Aleardi aveva un vero e proprio pallino per quella ragazza, ma lei lo aveva più volte rifiutato e allontanato. Ispettore questa era l’ultima cosa che potevo dirle, posso andare adesso?» Chiese, alzandosi lentamente dalla sedia.

«Sì, si vada pure, se ci sarà bisogno la riconvocheremo».

Prima di far entrare l’altro convocato, decise di andarsi a prendere un caffè dal distributore. Ne aveva bisogno, anche se poi si pentiva ogni volta perché era imbevibile.

Quando si trovò faccia a faccia con l’altro uomo, provò verso di lui un immediato senso di antipatia, avallata poi dal modo irriverente di comportarsi.

«Ispettore facciamo veloce, non ho tempo da perdere io!», disse.

«Innanzitutto qua gli ordini li do io, quindi si sieda e veda di calmarsi poi cominci a raccontarmi tutto di quella sera!», gli intimò Marco, piuttosto alterato.

L’uomo iniziò il racconto e durante la narrazione mostrò evidenti segni di insicurezza e un odio profondamente radicato verso l’architetto Freddi.

«Arrivava sempre prima di me e lei lo copriva di smancerie mentre a me non diceva che un tiepido “buongiorno”  e un freddo “arrivederci. Ci avevo provato con lei, ma mi aveva sempre rifiutato,così quel giorno decisi che gliela avrei fatta pagare. Se lo meritava quella sgual…»

 Marco lo interruppe con un urlo: «Moderi i termini per favore!» 

Aleardi continuò: «quella sera eravamo rimasti lei io e Freddi, dopo che lui se ne fu andato uscii dalla mia stanza e andai in quella di lei, mi avvicinai e cominciai a minacciarla che se non avesse fatto quello che le dicevo avrei mandato le loro immagini in giro per la rete»

«Quali immagini?», chiese Marco, stupito perché la scientifica non gli aveva parlato di ritrovamento di immagini.

Aleardi riprese: «le immagini della webcam, che avevo segretamente nascosto nella stanza della ragazza, per filmare la loro clandestinità. I suoi uomini non hanno trovato nulla perché la web è all’interno del computer, spiegò con una certa soddisfazione.  Mi avvicinai e iniziai a toccarla ma lei si rifiutava, allora cercai di prenderla con la forza. Lei si ribellò e mi graffiò. Fu in quel momento che persi la ragione, presi il tagliacarte sul tavolo e la ferii prima alla spalla mentre lei continuava a tentare di sottrarsi, allora le strappai la gonna e le infilai la lama ancora insanguinata nell’inguine, poi me ne andai in bagno e cercai di togliermi il sangue di dosso. L’avevo lasciata seduta agonizzante riversa sulla scrivania, ma ancora respirava. Sa ispettore sono proprio felice di sapere che ha fatto la fine che meritava quella sg…»

 Aleardi concluse il suo racconto con una luce di follia negli occhi.

Marco chiamò l’agente Picchi, «Elena, per favore, toglimi davanti questo sporco bastardo, ne ho sentite anche troppe, mettigli le manette e portalo via!»

Mentre stava uscendo l’uomo si voltò verso l’ispettore ed esclamò: «Le donne sono tutte delle s…» non gli fece nemmeno terminare la frase, si avvicinò a lui e con un cazzotto gli divise in due il labbro, poi pulendosi le nocche ordinò di nuovo che glielo togliessero davanti agli occhi. Sapeva che con quel gesto sarebbe finito a fare i conti con la disciplinare, ma non poteva lasciarlo impunito.

La mia Giulia

 

Marco non riusciva a crederci.

Avrebbe trascorso un intera giornata con la dottoressa Giulia Caroli, lontano da scartoffie, omicidi ed autopsie.

Andava contro il suo credo, ma Giulia… beh per lei passava tutto in secondo piano.

Il matrimonio della dottoressa era giunto al capolinea da molto tempo. Ormai stavano insieme per abitudine e perché lei non se l’era mai sentita di lasciarlo, né tantomeno di tradirlo. Adesso, però, aveva un gran bisogno di staccare la spina.

Marco aveva dato disposizione di non cercarlo, si era preso un giorno e si era reso irreperibile, Giulia aveva fatto sapere al marito che sarebbe stata fuori per un convegno sulla sua specializzazione e che sarebbe rientrata, probabilmente, in tarda serata.

Avevano deciso, insieme, di trascorrere una giornata al mare.

Il telefono di Marco si illuminò, alle sette di due giorni dopo. Sono giù che ti aspetto. Giulia

Prese tutto ciò che aveva preparato e scese di corsa, lei era lì, vicina al portone, indossava un vestito classico perché ad un convegno non poteva certo presentarsi in jeans e maglietta, ma aveva tutto quanto in una delle due borse che teneva nelle mani. Aveva già pagato il taxi che l’aveva portata da lui.

Marco aprì la bauliera del suo fuoristrada e caricò tutto quanto, poi salirono e partirono alla volta della Liguria.

La riviera ligure offriva scenari perfetti a due che volevano starsene da soli, senza sguardi curiosi. Scelsero una località delle cinque terre e, appena parcheggiata l’auto, andarono a cercarsi un punto che fosse solo per loro.

Giulia iniziò a togliersi i vestiti e rimase con indosso un semplice bikini bianco, con reggiseno a fascia e sotto in stile shorts. Poteva indossare ciò che voleva, la sua figura, magra e slanciata non le poneva limiti. Marco si vergognò un po’, la sua linea non era così perfetta, a forza di stare da solo e mangiare cibo non troppo sano, aveva messo su un paio di chili di troppo. Alla fine si decise e rimase con un costume shorts con disegni geometrici.

La giornata era calda ma ventilata, in quell’angolino nessuno li avrebbe disturbati, anche scendere a fare il bagno era facilitato da due grossi scogli piatti che scivolavano fino a toccare l’acqua.

Marco decise di farsi una nuotata, incurante della temperatura, si immerse completamente e riaffiorò qualche metro più avanti. Giulia andò a sedersi sullo scoglio e attese che l’acqua lambisse il suo corpo poco alla volta.

«Dai, Giulia, entra! Vieni qui da me!», le disse.

«No, non ci riesco, è ancora troppo fredda!», rispose.

Marco la raggiunse e si mise a sedere vicino a lei. Quel primo contatto, pelle contro pelle, gli fece salire la voglia di amarla, ma si costrinse a tenerla a freno.

La accarezzò, Giulia si voltò verso di lui. Un istante e i loro occhi rimasero fissi uno nell’altra.

La bacio adesso o non ne avrò più il coraggio!  In quello stesso istante, le labbra di Giulia toccarono le sue e quel bacio divenne profondo, lungo e… reale.

Dio mio quanto la amo! Ma dirglielo la sconvolgerebbe! Pensò, ma lei lo stupì ancora una volta.

«Marco devo dirti una cosa, ma ho paura!», tremava mentre parlava, come una bambina che ha paura del buio. Marco le prese le mani fra le sue.

«Giulia, inizia a parlare, dopo sarà più facile, se ti lasci andare!»

«Marco, io… lo sai io sono sposata! Non ho mai tradito mio marito, sebbene il mio amore per lui sia svanito da molto tempo ormai! Amo un altro uomo e lo amo davvero tanto…», quelle parole per lui suonavano come ferite profonde. Giulia riprese il suo discorso.

«Marco, sei tu! Io ti amo! Ce l’ho fatta, finalmente l’ho detto!», i suoi occhi si riempirono di lacrime e tremava ancora di più adesso.

La mia Giulia! pensò fra sé.

«Marco per favore, dimmi qualcosa, non lasciarmi sulle spine, ti ho appena detto cosa provo!»

Marco le accarezzò il viso.

«Amore mio, tu non hai idea di cosa si stia agitando in me in questo momento! Quando mi dicesti, qualche giorno fa, che avresti trascorso con me tutta la giornata, io mi ero convinto che qualunque cosa fosse successa, sarebbe rimasta confinata in questo spazio, mi ero detto che: se anche avessimo trascorso una giornata al mare a prendere il sole e fare il bagno, mi sarebbe bastato. Prima di conoscerti il mio credo era quello di mantenere il lavoro fuori dalla mia vita privata e viceversa, ma tu… tu, amore mio, la mia vita l’hai sconvolta da subito, ma eri così distante, così legata al tuo matrimonio…»

Giulia lo interruppe. «Il mio matrimonio! Solo una finzione, solo un voler essere leale verso una persona a cui comunque volevo bene, ma l’amore era svanito ormai! Adesso ho il coraggio di fare quello che avrei dovuto fare tempo fa: chiedere il divorzio!», Marco la baciò, di nuovo, all’improvviso.

«Ti amo, Giulia! Ti amo da morire! Vieni con me ti prego!», la prese per mano , la aiutò a scendere in acqua. Adesso non sentiva più freddo, lei, fra le braccia del suo vero amore.

Nuotarono per qualche metro poi Marco la strinse a sé.

«Ho voglia di amarti!», le disse e lentamente iniziò a farle scivolare via il costume, se lei lo avesse bloccato si sarebbe fermato subito, ma Giulia ricambiò spogliandolo a sua volta.

«Marco, amami!»

Non se lo fece ripetere, i costumi finirono appesi su un ramo conficcato in una spaccatura di uno scoglio vicino, lui la avvolse e poi entrò in lei. La profondità del contatto li fece gemere entrambi, l’acqua amplificò il tutto portandoli più volte sul punto di esplodere. Marco iniziò a muoversi più velocemente e senza più trattenersi venne in lei, gridando il suo piacere.

Giulia lo accolse gemendo a sua volta fino quasi a perdere i sensi.

Si abbandonarono uno nell’altra, facendosi cullare dal mare e sussultarono ancora più di una volta insieme, nello stesso istante.

«Giulia, è stato bellissimo e adesso, ancora di più sento che non potrei starti lontano! », la baciò di nuovo.

«Nemmeno io posso, ma devi darmi il tempo di sistemare la mia situazione, poi ti giuro che non ti lascio più!»

Lui sapeva che doveva concederle del tempo e lo avrebbe fatto, ormai si erano dichiarati, il  loro amore era reale.

«Giulia, amore mio, tu fai tutto ciò che devi, tranquilla. Tu sai che io ti amo e ti aspetterò!»

Giulia si strinse a lui e lui la accolse fra le sue braccia stringendola forte.

Non sapevano quando sarebbe stata la prossima giornata assieme, perciò approfittarono di tutto il tempo che gli restava, fecero l’amore, di nuovo, nell’acqua e poi anche sdraiati su quello scoglio a discesa.

Durante il viaggio di ritorno, Giulia rimase in silenzio. Come posso pensare di passare dei giorni senza poterlo baciare o sfiorare…D’un tratto scoppiò in un pianto dirotto.

Era ora di cena e Marco pensò di fermarsi in un area di servizio con il ristorante.

Dopo aver parcheggiato slacciò la cintura e poi prese lei fra le braccia. Tremava così forte da non  riuscire a fermarsi, la strinse a se e piano piano lei si calmò. Non disse una parola, ma la baciò dolcemente e le asciugò le lacrime. Scese dall’auto e andò dalla sua parte, la aiutò a scendere e poi la abbracciò di nuovo.

«Giulia, non aver paura, io ti aspetto! Ti amo!», nel dirlo le strinse le mani fra le sue e lei si sentì sollevata.

Dopo aver cenato, ripresero la strada senza più soste, ormai si era fatto molto tardi.

Marco accompagnò la dottoressa Giulia Caroli davanti casa, felice di sapere che adesso non era più solo la dottoressa. Adesso era la “sua” Giulia e lo sarebbe stata per sempre.