Essere o non essere più? Apparire o non apparire?

Quali sono i motivi per cui uno scrittore arriva a decidere di pubblicare sotto pseudonimo, ma soprattutto: esistono motivi che spingano ad una tale decisione?

Nell’articolo di oggi vediamo di dare delle risposte a queste “gravi” domande.

L’idea di pubblicare sotto falso nome non nasce certo oggi nel 2020, molti autori famosi, già in passato hanno scelto questa strada. Volete dei nomi? Beh posso dire le sorelle Bronte che scrissero sotto pseudonimo maschile di Currer, Ellis e Acton Bell. Oppure Doris Lessing, Nobel nel 2007, mandò un manoscritto ad una casa editrice usando un falso nome e la casa editrice la scartò, a quel punto lei scoprì le carte rivelandosi per chi era veramente e accusò le case editrici di ipocrisia.

Potrei farvi altri nomi, Stephen King, Agata Christie e J.K. Rowling che ultimamente ha sfornato successi sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith

Come si può vedere, in molti hanno deciso per questa strada dell’alter ego, ognuno per il suo motivo. 

Ma a proposito di motivi: Cos’è che spinge un emergente, uno scrittore che non è nessuno nemmeno con il suo nome reale, a pubblicare sotto pseudonimo?

Una delle tante ragioni, forse la maggiore, la più forte è la paura di venire giudicati da familiari e amici specialmente se il tema scelto per i propri libri è fra quelli più particolari (erotico, Lgbt ecc), e ancora di più la paura di venire giudicati negativamente a livello di contenuto, sintassi, editing e quant’altro, da un pubblico di lettori capaci e consapevoli.  La possibilità se dovesse andare male, di togliersi dall’impiccio dicendo: “ma tanto non ero io!”

Un altro motivo può essere la voglia di sperimentare un altro genere diverso dal proprio e usare lo pseudonimo per salvaguardarsi in caso di insuccesso. Insomma, alla fine si torna sempre al solito punto: che sia per prova, per divertimento o per paura, lo pseudonimo viene usato come una scappatoia per non rovinarsi l’immagine primaria che uno si è costruito con tanta fatica… Già ma stavo parlando di emergenti e quindi persone che la fama ancora non l’hanno conquistata. Allora a che serve, davvero, usare uno pseudonimo? Forse a dire: “me la faccio sotto a metterci la faccia?” può darsi, perchè i giudizi, checché se ne dica, fanno tremare le gambe sia se ti chiami King, sia se ti chiami Pincopallo Vattelappesca, la differenza sta ne fatto che un King cade e si rialza, mentre un Pincopallo cade e se ne sparisce strisciando nel buio della notte cosicché nessuno lo veda.

Simona del Buono

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