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L'uomo dal mare

In arrivo

ESTRATTO – CAPITOLO 1

18 novembre 2014

 

La strada era buia, nemmeno una piccola stella a fare capo​li​no, in quel cie​lo pio​vo​so e fred​do.

Sandra camminava avanti e indietro, colma di paura che qual​cu​no sbu​cas​se d’improvviso e le fa​ces​se del male.

Brividi gelidi la scuotevano, anche se aveva cercato di coprirsi con la stola di seta che si era portata dietro senza nem​me​no sa​pe​re il per​ché.

Recarsi a quella festa non le era sembrata la decisione più az​zec​ca​ta fino a quel momento: al​l’u​na di not​te si tro​va​va in quella situazione senza riuscire a tornare a casa. Ma non avrebbe comunque potuto rifiutare l’invito: non sarebbe stato educato nei confronti del dirigente che aveva incluso an​che lei, ben​ché fos​se nuo​va.

Per salutare tutti i colleghi, dopo aver avuto la promozione e il trasferimento come capo della questura in una città nel nord Ita​lia, il di​ri​gen​te del​la squa​dra mo​bi​le ave​va or​ga​nizzato una grande festa nel suo casale.

Il tubino amaranto e le scarpe con tacco dieci che lei aveva deciso di indossare, però, adesso erano fradici così come le ciocche dei suoi lunghi capelli, sfilate dallo chignon in cui le ave​va ac​con​cia​te.

Solo il suo trucco waterproof, seppure non molto marcato, an​co​ra re​si​ste​va alla pioggia in​ces​san​te.

San​dra Giu​lia​ni era pro​prio così, come voleva che gli al​tri la vedessero: con i suoi trentaquattro anni e la sua aria, a vol​te, traso​gna​ta.

Estratto – Capitolo 1

Roma, 10 maggio 1998

Milady camminava nervosamente su e giù per il lungo Tevere con la  terza sigaretta accesa ed il pacchetto ancora fra le mani. Più volte aveva sentito i rimbrotti di suo padre, dopo essere tornata dal college, per questo vizio del fumo. A quel tempo, quando ancora abitavano nel loro ranch vicino a Nashville nello stato del Tennessee, non le era andato di ascoltarlo, adesso, dopo l’incidente, se ne era pentita  e si era ripromessa seriamente di smettere. Questo dannato compito che James le aveva affibbiato, di certo non le rendeva la vita facile e non le forniva la motivazione giusta per decidere di farlo una volta per tutte. Il cielo su Roma era di un grigio torvo e nuvole minacciose non facevano presagire nulla di buono, il vento poi le spostava il giacchetto in continuazione, aumentando la dose di ansia e nervosismo che già aveva addosso. Non aveva proprio idea di chi fosse il malcapitato che avrebbe dovuto togliere di mezzo, era stata costretta ad accettare quell’incarico, ma non le piaceva affatto l’idea di dover uccidere, lei di sua volontà non avrebbe mai fatto del male a nessuno. Qualche anno prima, le era successo un brutto incidente con il braccio destro di James, lui le aveva messo gli occhi addosso e aveva tutte le intenzioni di farsela, con le buone o con le cattive. Un giorno ci aveva provato di brutto, ma Milady per difendersi gli aveva colpito la testa con un pesante soprammobile che si trovava nell’ufficio del capo. Quando James Franck Lefebre era venuto a saperlo, le aveva dato due scelte: eseguire un lavoretto per lui, in cambio del fatto che lui si sarebbe dimenticato della cosa e avrebbe pensato a liberarsi del cadavere, oppure andare in prigione con tutto ciò che ne sarebbe conseguito. Milady, trovandosi in difficoltà, aveva scelto la prima opzione, ma presto se ne era pentita. Continuò a camminare avanti e indietro su quel lungo Tevere, guardandosi intorno per intercettare un qualunque segnale che le avrebbe fatto capire chi fosse la sua vittima. Alle quattro non era ancora successo niente, se non che lei era rimasta con una sola sigaretta nel pacchetto. Milady sperò che si concludesse tutto prima alla svelta, così se ne sarebbe tornata al suo monolocale, magari fermandosi prima a fare scorta di veleno. Le fumava leggere, ma questa non era una giustificazione. Aveva smesso di usare il suo vero nome proprio dopo la morte dei suoi genitori, quando il signor James, ex socio di suo padre, l’aveva presa con se facendole credere di essere un amico. La verità era che a lei quell’uomo non era mai piaciuto,  per di più, anche lui aveva tentato in più di un occasione di molestarla, ma con suo padre ancora vivo  non si era spinto mai oltre i limiti. AMilady, l’idea di seguire Lefebre, non piaceva per nulla, ma era troppo giovane e senza mezzi, per riuscire a cavarsela da sola, così non le era rimasto che accettare. A causa del maltempo, aveva cominciato presto a scurire, ad un certo punto era apparso un grosso riflettore puntato su un individuo che stava su un barcone. Un tipo alto, ben vestito, all’apparenza un bell’uomo, ma che importanza poteva avere l’aspetto, tanto, entro pochi minuti, sarebbe stato cibo per i pesci del fiume. Non aveva mai avuto alcuna esperienza con le armi, ma montò, comunque, il fucile di precisione che le avevano fornito e fu pronta a prendere la mira. Improvvisamente, una goccia, due, tre… poi iniziò a piovere insistentemente. Milady abbassò, qualche secondo, l’arma. Quando fu pronta al secondo tentativo si accorse che l’uomo non c’era più, provò a cercarlo con il binocolo, ma  niente, di lui nessuna traccia. «Maledizione! Maledetta pioggia!», imprecò a voce alta. «Maledizione, questo non doveva proprio accadere!» Alle otto decise di smontare tutto quanto, tanto per quella sera non lo avrebbe ritrovato più. Quell’uomo sembrava come essersi volatilizzato, sparito nel nulla. Si avviò verso casa. «Maledizione!», era la sua imprecazione preferita. «Adesso come lo ritrovo! Poi chi glielo dice a James, quello vorrà farmi a fette!» Si accorse che stava spiovendo, ma aveva già tutti quanti i vestiti inzuppati, doveva sbrigarsi se non voleva correre il rischio di prendersi una polmonite. Forse avrebbe fatto meglio a tirare di lungo, ma vide una tabaccheria e non seppe resistere. «Signorina che vuole, sto chiudendo é proprio urgente, non può tornare domani?», disse il padrone spazientito,  con il bastone per abbassare la serranda, già fra le mani. «Si, la prego, mi dia un pacchetto di quelle la, per favore?», indicando con il dito la sua marca preferita. «Vuole altro?», rispose l’uomo spazientito. «No, chiuda pure! », replicò Milady in tono quasi provocatorio. Le era uscita così, non voleva essere scortese, che colpa poteva averne quel tabaccaio, se a lei quella sera era andato tutto storto. Anche la pioggia ci si era messa a complicarle la vita, poi era cessata. Il cielo si era totalmente rischiarato ed era apparsa una luna abbagliante. «Maledizione, solo il tempo di farmi perdere il bersaglio é durata!» I soldi per chiamare un taxi non li aveva e comunque il suo monolocale era solo a due isolati da lì, raggiungibile con una passeggiata.

Estratto – Il carrello di Caterina – racconto giunto fra i finalisti del concorso: “Il cantiere delle storie” organizzato da Federico Moccia

Caterina entrò in stazione con la sua ormai abituale andatura claudicante e con il carrello che portava sempre con sé e dal quale non si separava mai, per nessuna ragione. Un carrello piccolo, con due ruote e una grande borsa dalle rifiniture in pelle applicata sopra. Insomma, uno di quei carrellini tipici per la spesa di ogni giorno, ma a lei serviva per altro. Caterina era una donna anziana. Non si sa di preciso quanti anni potesse avere, ma si presume intorno agli ottanta. Aveva lunghi capelli bianchi che portava acconciati sulle spalle, in un’enorme ‘cipolla’, e un vestito che andava bene sia per il caldo che per il freddo. La stazione le piaceva perché lì poteva ripararsi e riscaldarsi, tutti la conoscevano, la dolce Caterina Roversi. Quando era giovane, era stata una maestra elementare, molto buona, comprensiva, tutti i bambini le volevano un gran bene.

Verso i trent’anni si era sposata con un giovane di buona famiglia. Purtroppo la guerra con i suoi orrori, l’aveva privata del suo amato bene e lei era rimasta sola, dato che non avevano fatto in tempo ad avere figli. Caterina andò a sedersi in una delle panche della sala d’attesa, tenendo vicino a sé il suo carrello.

Sull’altro lato c’erano alcune persone: un uomo di circa quarantacinque o forse quarantotto anni, vestito di tutto punto con una ventiquattrore al fianco, poi c’era un’altra signora, un po’ più giovane di lei. Stava lavorando un centrino all’uncinetto. Ancora più avanti una mamma più o meno trentacinquenne, con due bambini irrequieti a fianco. Caterina, che amava molto conversare, provò a rompere il ghiaccio, ma nessuno dei presenti la degnò di una parola, allora si rannicchiò nel suo angolo e iniziò a togliere dalla borsa delle fotografie. Uno a uno, i presenti nella sala d’attesa iniziarono ad andarsene. Fu allora che Caterina notò un ragazzo, che sembrava tanto solo quanto lo era lei. Il ragazzo le si avvicinò e iniziarono a chiacchierare in modo molto naturale, come se si conoscessero da tempo.

“Qual è il tuo nome, ragazzo?”

“Io mi chiamo Simone, e lei come si chiama, signora?”

“Io sono semplicemente Caterina. Il cognome non lo ricordo: sai, ho qualche anno e la mia memoria fa i capricci, ogni tanto!”

“Perché vai in giro sempre con quel carrello consumato? Sto qui da molti giorni e ti ho notato: tu vieni ogni santo giorno e ti siedi qua, togli tutte le fotografie e ti metti a osservarle. A volte ti ho visto scendere una lacrima. Stai aspettando che qualcuno torni?”

L’anziana donna lo guardò e rispose: “Sto aspettando mia nipote. Mi ha promesso che sarebbe venuta a trovarmi, ma ogni giorno sono qui e lei non arriva. Tu invece chi stai aspet- tando?” Sembrava curiosa.

“Io aspetto la mia ragazza. Se solo tu la vedessi…! È bellissima!”, rispose il giovane, con gli occhi sognanti.

Dopo quello scambio di informazioni, tornò di nuovo il silenzio; ognuno era assorto nei suoi pensieri e continuò a fare ciò che stava facendo prima di parlare. Il controllore passò ed entrò nella saletta.

“Caterina, sei di nuovo qua?”

“Devo aspettare Maria, mia nipote. Tra poco arriva! Ne sono sicura, oggi é il giorno giusto e lei arriverà e rimarrà con me!”, replicò l’anziana donna con voce decisa e convinta.

“Caterina, Caterina, ma come bisogna fare con te? Devi tornare alla casa di riposo, solo lì potranno prendersi cura di te!”

Il controllore si avvicinò al ragazzo, che stava leggendo un libro. “Ti dispiace se mi siedo?” “No, faccia pure!”

“Ti ha chiesto qualcosa, quell’anziana signora?”

“No, ci siamo solo presentati. Lei mi ha detto che aspetta sua nipote. Mi é sembrata una donna molto sola, mi ha fatto tenerezza. Poi con quel carrello sempre vicino… chissà cosa ci tiene dentro!”

“Caro ragazzo, là dentro Caterina ci tiene tutta quanta la sua vita! Non ha più casa, non ha nessuno e purtroppo, con gli anni, si é ammalata di demenza senile. Lei crede di aspettare sua nipote Maria, ma non si ricorda di non avere nessuna nipote: non ha avuto figli, il marito le é morto in guerra.”

Il ragazzo la guardò stranito. “Ma allora chi é la persona che dice di aspettare?”

“In realtà non é nemmeno sua parente: é un’infermiera della casa per anziani malati di Alzheimer, dove fino a poco fa era ricoverata.”

“E non può tornarci?”

“No, purtroppo non ha più un soldo e non può pagare la retta, così vive in strada e viene qui ogni giorno a cercare una nipote che non ha mai avuto. Sai, in passato era una maestra e i bambini le volevano bene. Adesso tutti la chiamano ‘La dolce Caterina’ perché é buona, non fa male a nessuno: vive solo con il suo carrello, che per lei conta più di qualunque cosa al mondo.”

“Se solo si potesse fare qualcosa per lei!”, rispose il ragazzo, intristito da quella figura così bisognosa di aiuto.

“L’unica cosa che si può fare é lasciarla libera di vivere come vuole e di sperare che un giorno, da uno di questi treni, scenda la ‘nipote’ che lei tanto cerca. Lasciandola riposare e riscaldare qui, nelle sale d’attesa, fintanto che non la troveremo addormentata… per sempre. Quel giorno sapremo che sarà tornata finalmente da suo marito.”

“Le farò compagnia io, che ogni giorno sono qui, ad attendere come lei, anche se io una speranza ancora ce l’ho!”

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