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Simona del Buono

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Estratto – Il carrello di Caterina – racconto giunto fra i finalisti del concorso: “Il cantiere delle storie” organizzato da Federico Moccia

Caterina entrò in stazione con la sua ormai abituale andatura claudicante e con il carrello che portava sempre con sé e dal quale non si separava mai, per nessuna ragione. Un carrello piccolo, con due ruote e una grande borsa dalle rifiniture in pelle applicata sopra. Insomma, uno di quei carrellini tipici per la spesa di ogni giorno, ma a lei serviva per altro. Caterina era una donna anziana. Non si sa di preciso quanti anni potesse avere, ma si presume intorno agli ottanta. Aveva lunghi capelli bianchi che portava acconciati sulle spalle, in un’enorme ‘cipolla’, e un vestito che andava bene sia per il caldo che per il freddo. La stazione le piaceva perché lì poteva ripararsi e riscaldarsi, tutti la conoscevano, la dolce Caterina Roversi. Quando era giovane, era stata una maestra elementare, molto buona, comprensiva, tutti i bambini le volevano un gran bene.

Verso i trent’anni si era sposata con un giovane di buona famiglia. Purtroppo la guerra con i suoi orrori, l’aveva privata del suo amato bene e lei era rimasta sola, dato che non avevano fatto in tempo ad avere figli. Caterina andò a sedersi in una delle panche della sala d’attesa, tenendo vicino a sé il suo carrello.

Sull’altro lato c’erano alcune persone: un uomo di circa quarantacinque o forse quarantotto anni, vestito di tutto punto con una ventiquattrore al fianco, poi c’era un’altra signora, un po’ più giovane di lei. Stava lavorando un centrino all’uncinetto. Ancora più avanti una mamma più o meno trentacinquenne, con due bambini irrequieti a fianco. Caterina, che amava molto conversare, provò a rompere il ghiaccio, ma nessuno dei presenti la degnò di una parola, allora si rannicchiò nel suo angolo e iniziò a togliere dalla borsa delle fotografie. Uno a uno, i presenti nella sala d’attesa iniziarono ad andarsene. Fu allora che Caterina notò un ragazzo, che sembrava tanto solo quanto lo era lei. Il ragazzo le si avvicinò e iniziarono a chiacchierare in modo molto naturale, come se si conoscessero da tempo.

“Qual è il tuo nome, ragazzo?”

“Io mi chiamo Simone, e lei come si chiama, signora?”

“Io sono semplicemente Caterina. Il cognome non lo ricordo: sai, ho qualche anno e la mia memoria fa i capricci, ogni tanto!”

“Perché vai in giro sempre con quel carrello consumato? Sto qui da molti giorni e ti ho notato: tu vieni ogni santo giorno e ti siedi qua, togli tutte le fotografie e ti metti a osservarle. A volte ti ho visto scendere una lacrima. Stai aspettando che qualcuno torni?”

L’anziana donna lo guardò e rispose: “Sto aspettando mia nipote. Mi ha promesso che sarebbe venuta a trovarmi, ma ogni giorno sono qui e lei non arriva. Tu invece chi stai aspet- tando?” Sembrava curiosa.

“Io aspetto la mia ragazza. Se solo tu la vedessi…! È bellissima!”, rispose il giovane, con gli occhi sognanti.

Dopo quello scambio di informazioni, tornò di nuovo il silenzio; ognuno era assorto nei suoi pensieri e continuò a fare ciò che stava facendo prima di parlare. Il controllore passò ed entrò nella saletta.

“Caterina, sei di nuovo qua?”

“Devo aspettare Maria, mia nipote. Tra poco arriva! Ne sono sicura, oggi é il giorno giusto e lei arriverà e rimarrà con me!”, replicò l’anziana donna con voce decisa e convinta.

“Caterina, Caterina, ma come bisogna fare con te? Devi tornare alla casa di riposo, solo lì potranno prendersi cura di te!”

Il controllore si avvicinò al ragazzo, che stava leggendo un libro. “Ti dispiace se mi siedo?” “No, faccia pure!”

“Ti ha chiesto qualcosa, quell’anziana signora?”

“No, ci siamo solo presentati. Lei mi ha detto che aspetta sua nipote. Mi é sembrata una donna molto sola, mi ha fatto tenerezza. Poi con quel carrello sempre vicino… chissà cosa ci tiene dentro!”

“Caro ragazzo, là dentro Caterina ci tiene tutta quanta la sua vita! Non ha più casa, non ha nessuno e purtroppo, con gli anni, si é ammalata di demenza senile. Lei crede di aspettare sua nipote Maria, ma non si ricorda di non avere nessuna nipote: non ha avuto figli, il marito le é morto in guerra.”

Il ragazzo la guardò stranito. “Ma allora chi é la persona che dice di aspettare?”

“In realtà non é nemmeno sua parente: é un’infermiera della casa per anziani malati di Alzheimer, dove fino a poco fa era ricoverata.”

“E non può tornarci?”

“No, purtroppo non ha più un soldo e non può pagare la retta, così vive in strada e viene qui ogni giorno a cercare una nipote che non ha mai avuto. Sai, in passato era una maestra e i bambini le volevano bene. Adesso tutti la chiamano ‘La dolce Caterina’ perché é buona, non fa male a nessuno: vive solo con il suo carrello, che per lei conta più di qualunque cosa al mondo.”

“Se solo si potesse fare qualcosa per lei!”, rispose il ragazzo, intristito da quella figura così bisognosa di aiuto.

“L’unica cosa che si può fare é lasciarla libera di vivere come vuole e di sperare che un giorno, da uno di questi treni, scenda la ‘nipote’ che lei tanto cerca. Lasciandola riposare e riscaldare qui, nelle sale d’attesa, fintanto che non la troveremo addormentata… per sempre. Quel giorno sapremo che sarà tornata finalmente da suo marito.”

“Le farò compagnia io, che ogni giorno sono qui, ad attendere come lei, anche se io una speranza ancora ce l’ho!”

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